Si terrà all’Università di Asti, lunedì 4 giugno alle 18, l’incontro con Francesco Guccini organizzato dalla Fondazione Centro di Studi Alfieriani in collaborazione con Asti Studi Superiori. Il cantautore sarà ad Asti per incontrare gli astigiani e parlare del suo ultimo libro, Dizionario delle cose perdute, edito da Mondadori nei mesi scorsi. Sarà un incontro a più voci, perché interverranno Gian Mario Anselmi e Carla Forno, presidente e direttore del Centro Alfieriano, e Gabriella Fenocchio, già seguita dal pubblico astigiano durante il recente ciclo di incontri sulla satira alfieriana. Guccini, che,  dalla metà degli anni Sessanta, ha pubblicato diciotto album di canzoni, ha al suo attivo vari libri.
Si parlerà con lui di memoria e di poesia, di nostalgia e ironia, del potere dei ricordi di trasfigurare la realtà anche dura e aspra di età passate, restituendola in tutta la sua forza evocativa. Nel libro scorrono gli anni dell’infanzia e della giovinezza dei bambini e dei ragazzi in “braghe corte” degli anni Quaranta/Cinquanta attraverso gli usi, i costumi, gli oggetti, i sapori di un’ Italia da poco uscita dalla guerra, povera e autentica. Lungo il crinale dell’autobiografia, con stile colloquiale, rivolgendosi al lettore in un immaginario dialogo a distanza, Guccini fa rivivere nelle pagine del suo libro, attraverso gli oggetti perduti – caramelle e sigarette, siringhe e maglie pungenti di lana, carta moschicida, flit e giochi infantili, dalle cerbottane al meccano – un teatro di figure scomparse, di un’umanità non così remota, eppure perduta per sempre: dai cantastorie autori delle saghe popolari alle vicine di casa che sapevano fare le punture, dai carbonai ai lattai in bicicletta con il bidone del latte. Quell’Italia che ballava nelle piazze dei paesi in cui nascevano gli amori, che viaggiava sui treni a vapore e non aveva frigoriferi e telefoni, quell’Italia della naja, dei pennini, dei caffè d’orzo e delle Topolino. Come scrive Guccini, un’ “Italia diversa, in bianco e nero, più povera, senza asfalto a coprire tutto, senza ingorghi domenicali o da grandi esodi”. Ed è proprio nel capitolo dedicato alla Topolino che Guccini offre il suo omaggio sornione al nostro Paolo Conte e alla sua Topolino amaranto, simbolo indelebile, nell’Italia del dopoguerra, della “voglia di vivere che c’era”, “ebbrezza di povera velocità”, di gioventù, di un sogno impossibile.