Gran Referendum d’Italia: il campionato della Giustizia tra curva, palazzo, Bar Sport e Sanremo
La domenica del Gran Referendum si apre con un boato che non proviene dalle urne, ma dalle dirette social dei Politici-Capopopolo, i veri primi attori della disputa curvaiola che si scaldano a bordo campo come allenatori in trance agonistica.
Il Leader della curva Sud, in divisa da garantista d’assalto e occhiali da sole tattici, arringa la folla dal predellino di un’ammiraglia, gridando che il sistema è un catenaccio arrugginito e che bisogna passare al contropiede della libertà, mentre il Capitano della curva Nord, con la felpa d’ordinanza e lo sguardo di chi non concede neanche un fallo laterale, risponde pubblicando foto di manette e chiavi buttate nel Tevere, chiamando a raccolta gli ultras dell’ordine.
Questi politici non giocano per la legge, ma per la classifica: ogni quesito è un calcio d’angolo da trasformare in consenso, ogni emendamento è un tackle scivolato per far cadere l’avversario davanti alle telecamere della VAR mediatica.
Sopra questo caos di bandiere e slogan elettorali, siedono i Soloni-tromboni mediatici, i filosofi del diritto che osservano la bolgia dalle tribune d’onore con il distacco di chi commenta il cricket mentre sotto si gioca a rugby.
I Soloni si scambiano eleganti critiche sull’estetica del quesito, lamentando che la prosa referendaria manca di ritmo incalzante quasi giambico e che il popolo, nella sua rozza foga da stadio, non può cogliere la sinfonia dei codici. Per loro, i politici sono solo dei volgari telecronisti che urlano troppo, e i tifosi sono comparse necessarie ma fastidiose in un dramma che dovrebbe restare confinato nei salotti di velluto delle alte corti.
Eppure, il vero cuore pulsante della domenica resta la marea dei 60 milioni di allenatori che affollano i bar e le piazze d’Italia, pronti a contestare ogni schema di gioco deciso dal Palazzo. Il cittadino-allenatore non si cura dei sofismi dei Soloni e non crede più ciecamente alle promesse dei leader di curva: lui ha la sua lavagna tattica personale. Al bancone, tra un caffè e un’imprecazione, l’italiano medio spiega che la riforma della giustizia si vince solo col “gioco corto”, ovvero meno udienze e più velocità nelle ripartenze processuali.
C’è chi propone di mandare i magistrati in ritiro punitivo a vita e chi vorrebbe introdurre il “Var” per ogni sentenza, convinto che se un arbitro di Serie A può sbagliare un rigore, un giudice può certamente sbagliare un ergastolo per un calo di zuccheri al novantesimo.
Quando arriva il fischio finale e le urne si chiudono in un silenzio spettrale, i politici corrono ai microfoni per dichiarare vittoria anche se lo stadio è deserto, accusando il meteo o la sfortuna per la scarsa affluenza.
I Soloni firmano dotti necrologi della partecipazione democratica, citando Tocqueville tra un sospiro e l’altro, mentre i 60 milioni di allenatori tornano a casa convinti di una verità assoluta: finché la giustizia non si gioca col cuore e col fischietto in bocca, al popolo resterà sempre una partita sospesa per nebbia burocratica.
In un angolo della piazza, un tifoso deluso, con la sciarpa ancora tesa e la voce roca per le urla inutili, sbotta contro il mega-schermo che trasmette le ultime notizie: “Basta con questo scempio, Cairo vattene!”. E un altro, seduto al tavolino accanto mentre ripiega la scheda elettorale usata come sottobicchiere, gli risponde con un ghigno amaro: “Ma va là, resta qui, che tanto fuori da questo stadio la partita è ancora più truccata”.
Il referendum in Italia è quel Festival di Sanremo perenne dove, tra un “referendum sì” e un “referendum no”, ci riscopriamo tutti esperti di diritto costituzionale tra un caffè e un bignè, celebrando il trionfo della Terra dei Cachi in tutto il suo splendore.
È il festival del paradosso in cui ci scanniamo su quesiti scritti in un aramaico burocratico talmente ostico che persino il televoto di Pippo Baudo risulterebbe più trasparente, trasformando la democrazia in una gara canora dove l’importante non è capire il testo, ma fischiare l’orchestra.
Alla fine, tra l’incubo del quorum che non c’è…come l’isola e la farsa del dibattito, ci resta solo il dubbio se stiamo votando per il futuro del Paese o per l’eliminazione dei fiori sul palco, confermando che siamo l’unico popolo capace di trasformare un esercizio di sovranità nell’ennesima puntata di un varietà che nessuno ammette di guardare, ma che tutti commentano ferocemente dal parrucchiere.
Massimo Allario