Il Risorgimento italiano e i processi storici che portarono all’unificazione degli stati italiani furono un bene o un male per il nostro Paese? E tali processi furono frutto di una congiura ordita da una minoranza portatrice di determinati interessi politico-economici oppure di una forte partecipazione popolare?
Questi e altri ancora sono gli interrogativi che stanno animando in modo particolare l’attuale dibattito culturale (e politico) italiano, alla vigilia di un compleanno quanto mai importante la cui festa, però, pare destinata a diventare un vero e proprio flop. Perché in questo periodo il Risorgimento va di moda, ma soprattutto va di moda denigrarlo, viste le recenti e incessanti polemiche sulla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Diventa dunque più che mai necessario discutere di un periodo che si rivelò cruciale per la nostra nazione in modo obiettivo, consapevole e non propagandistico, in una parola: storico. E proprio in quest’ottica rientra il sesto incontro di Passepartout en Hiver, dall’eloquente titolo “Risorgimento: revisionismo senza eroi”, che ha avuto luogo domenica scorsa presso la Biblioteca astense e che ha visto la partecipazione, in qualità di relatore, dello storico Silvano Montaldo.
Docente di Storia contemporanea all’Università di Torino (nonché segretario del Comitato torinese dell’Istituto per la Storia del Risorgimento), Montaldo ha in primo luogo proposto un confronto tra le due “Italie” dell’epoca risorgimentale, quella pre- e quella post-unitaria, analizzando due aspetti principali: la situazione economica e il riconoscimento dei diritti civili. A giudizio dello storico, l’Italia non ancora unificata “non faceva parte a tutti gli effetti del mondo contemporaneo”, a causa dell’arretratezza industriale e produttiva, dovuta principalmente alla debolezza politica e militare delle piccole realtà nazionali della penisola. Inoltre, “gli stati italiani si potevano quasi definire dei regimi totalitari – ha aggiunto Montaldo – in quanto non accettavano minimamente il dissenso della loro popolazione. Per questo motivo possiamo affermare che l’Italia pre-unitaria fosse ancora in pieno Ancien Régime”.
Ben diversa, invece, la valutazione del neonato Regno d’Italia. Secondo Montaldo, basta analizzare i dati economici dell’epoca: “Alla fine del XIX secolo, l’Italia fu l’unico Paese, insieme alla Finlandia, a recuperare lo svantaggio con le altre nazioni industrialmente sviluppate; fu quindi l’unificazione a favorire il processo di industrializzazione e di sviluppo economico”. E se è emblematico di tale sviluppo il fatto che, nel 1910, fossimo già i quinti produttori di automobili al mondo, anche dal punto di vista dei diritti l’Italia unita fece un bel passo in avanti; basti pensare, infatti, che uno dei primi codici penali europei ad abolire la pena di morte fu proprio il Codice Zanardelli del 1889.
È poi interessante scoprire come vennero celebrati i precedenti anniversari (nel 1911 e nel 1961) dell’Unità d’Italia, che per lo storico originario di Cossano Belbo fu senza dubbio il prodotto di una mobilitazione popolare: “Nel 1911 ci fu uno sforzo organizzativo enorme, attraverso il quale la Monarchia cercò di convincere gli italiani dell’importanza del processo di unificazione – ha spiegato Montaldo – mentre cinquant’anni fa fu la D.C. di Fanfani a puntare molto sulle celebrazioni del centenario, cercando soprattutto l’appoggio della Chiesa”. In entrambi i casi, comunque, non mancarono le diatribe e i rifiuti a festeggiare un evento che evidentemente non ha mai davvero messo d’accordo tutti gli abitanti del Belpaese.
Quest’ultimo punto della discussione ha senz’altro costituito uno spunto interessante per rivolgere alcune domande al professor Silvano Montaldo, sull’attualità ma non solo.
Sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia fervono le polemiche, che spesso costituiscono un mero pretesto di scontro politico. Dunque, celebrazione sì o celebrazione no? E perché sarebbe importante valorizzare questo appuntamento nazionale?
“Sì alla celebrazione, perché è importante per ogni comunità, piccola o grande che sia, avere dei momenti di riflessione sul perché si sta insieme. Voglio citare, a tal proposito, il filosofo Ernest Renan, il quale definì il concetto di “nazione” come “un plebiscito di tutti i giorni”, intendendo una volontà di unità che dev’essere ribadita quotidianamente. Quindi ben vengano i festeggiamenti, ma è importante anche sapere cosa si celebra; per questo credo che sarebbe stato più utile programmare meglio questo avvenimento, ad esempio spiegando nelle scuole cosa sia stato il Risorgimento italiano. E magari cercando di rimettere insieme memoria ed eredità, che mi pare stiano andando un po’ disunendosi”.
Lei ha curato il libro “Il Risorgimento nell’Astigiano, nel Monferrato e nelle Langhe”. Quali furono, a suo giudizio, il personaggio e l’evento più importanti del periodo risorgimentale nella nostra provincia?
“Direi che è difficile individuare un solo personaggio o un unico fatto. Asti è stata una città importante nel Risorgimento piemontese, ma allo stesso modo non è corretto dire che ci sia stato un “Risorgimento astigiano”: è più corretto affermare che sia stata una grande trasformazione a livello regionale e nazionale che ha coinvolto anche questa città. Poi, senza dubbio Asti ha avuto delle figure di spicco, come Angelo Brofferio, che è stato indubbiamente un personaggio molto significativo. Come significativa e drammatica, tra gli eventi locali, è stata l’esperienza della Repubblica astese”.
Come crede che giudicheranno gli storici futuri l’attuale momento socio-politico italiano?
“Beh, non posso saperlo perché non prevedo il futuro. Sicuramente verrà studiato con attenzione, perché è un momento molto particolare, e del resto non mancano tuttora studi e analisi per capire cosa stia capitando in Italia. Su quale sarà poi il punto di vista degli storici futuri, è impossibile stabilirlo. Io sono convinto che ogni generazione abbia il diritto e il dovere di ripensare la storia, per cui le cose che penso io in questo momento non saranno certamente le stesse tra cinquant’anni.”
Gabriele Musso
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