L’interpretazione di Gifuni è di un’esattezza chirurgica. Sabato ad Asti ha emozionato la platea dell’Alfieri, guadagnandosi molti minuti di applausi. Le parole scorrono nel monologo “L’ingegner Gadda va alla guerra” descrivendo i mesi delle esercitazioni e della trincea, le caserme, le baracche, “affusti di cannone”, “nidi di mitragliatrici, “solitudini di paresti rupestri”. Disintegrando il linguaggio tradizionale tra lirica e tecnicismi, come nei taccuini del giovane alpino arruolatosi volontario per spirito patriottico, le speranze e le frustrazioni della prima guerra mondiale durante cui si stratifica il materiale emotivo per “La cognizione del dolore”, le nevrosi, le emozioni, le idee del soldato si alternano a intarsi dell’Amleto, quasi fossero note a piè di pagina, correlativi oggettivi, frattali aperti da una precisa chiave lessicale con cui spiegare l’inspiegabile, l’insondabile, il rapporto dell’autore lombardo con la madre e la famiglia. Gifuni è il “Gaddus” nell’accento milanese, intimo e intenso. Poi un’intera generazione di giovani connazionali mandati al fronte, allo sbando, al macero, tra la parlata romanesca, quella ligure, le calate meridionali. In toscano, Gifuni diventa scrittore del “dugento fiorentino”, il dissacrante De Madrigal che con furia sintattica incendia la polemica contro lo sfoggio maschilista ed esibizionistico del fascismo, indagandone la natura più intima e ossessiva, tragicamente attuale. Proprio su questa attualità si svela l’attore. Gifuni diventa Gifuni. Si alzano le luci in sala, risvegliando il pubblico dal lieve torpore in cui si è fatto trascinare nei settanta minuti dello spettacolo. Dai polpastrelli innerva il corpo una sottilissima scarica di adrenalina, gli occhi devono abituarsi in fretta alla luce, ci si siede un po’ più composti sulla poltrona, si realizza in pochi istanti che questo è un torpore morale, accumulato nei mesi, negli anni, nonostante le pagine dei quotidiani e le tribune politiche in Tv. Gifuni chiama in causa gli spettatori, ed è un atto semplice, il più diretto, per responsabilizzarli, per ricordare loro che sono partecipi di questa messa in scena. E di quella che si consuma fuori dal teatro. “Credo – dice Gifuni, ancora con parole di Gadda – che l’atto sacrale di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci, preluda a una resurrezione, se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie”. Marianna Natale
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