Un discorso attorno al vitigno moscato nella storia del Piemonte e dell’Italia, tra scienza, arte, società, economia, ma anche del come un’uva e un vino abbiano inciso sul futuro di un pezzo di mondo.
In estrema sintesi è questo il messaggio lanciato dal convegno sulla nascita dello spumante italiano che si è svolto sabato 12 marzo alla Gancia di Canelli nell’Astigiano. Focus della giornata analizzare il rapporto tra industria del moscato e paesaggio.
Al banco dei relatori storici e biochimici, studiosi della comunicazione e industriali che, insieme, hanno dimostrato come si possa parlare di scienza e di storia con passione, suscitando curiosità e attenzione, facendo leva su un concetto comprensibile da tutti: non si può capire il presente e immaginare il futuro senza conoscere il passato.
L’iniziativa era organizzata dalla Comunità collinare “Tra Langa e Monferrato”, d’intesa con l’associazione “Canelli Domani” presieduta da Lorenzo Vallarino Gancia, della quarta generazione di industriali vinicoli astigiani.
Gancia, in apertura dei lavori ha ricordato Renato Bordone, docente universitario e storico artigiano scomparso recentemente. Quindi ci sono stati gli interventi delle autorità: Marco Violardo, vice presidente della Comunità collinare, ha confermato l’impegno a sostenere iniziative di studio e promozione del territorio del Moscato; l’assessore provinciale Annalisa Conti (tra il pubblico anche il collega Antonio Baudo) ha ricordato gli scopi del Progetto Unesco che candida proprio i paesaggi vitivinicoli piemontesi a patrimonio dell’Umanità; il sindaco di Canelli, Marco Gabusi (presenti anche gli assessori comunali Aldo Gai e Giancarlo Ferraris) ha annunciato il progetto cittadino, anche questo inserito nel progetto Unesco, di ospitare un Atlante Mondiale dei Vini. Tra il pubblico c’era anche il consigliere regionale, l’astigiana Rosanna Valle.
Per quanto riguarda i relatori scientifici, Marco Devecchi, dell’Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l’Astigiano, ha parlato di due artisti locali, Giovanni Rosa e Carlo Franco. Il primo pittore e illustratore, realizzò il disegno stilizzato ispirato al grappolo di moscato da cui prese forma il territorio della provincia di Asti, costituita nel 1935; al secondo, allievo di Secondo Pia il fotografo artigiano che per primo riprese la Sacra Sindone, si devono le prime istantanee dei paesaggio vitivinicoli astigiani.
Affascinante l’intervento di Anna Schneider (Cnr) che ha proposto un’interessante indagine sull’origine del vitigno moscato. Una discendenza ancora avvolta dal mistero che neppure l’esame del dna ha potuto svelare.
Gli storici del vino Pierstefano Berta e Giusi Mainardi dell’Oicce (Oganizzazione per la comunicazione in enologia) hanno ripercorso l’evoluzione ottocentesca delle produzioni vinicole nelle terre del moscato, tra grandi innovazioni e invenzioni che hanno stravolto i processi industriali e quelli agrari e cambiato profondamente e per sempre la società e l’economia della zona.
Le ricercatrici universitarie Paola Gullino e Federica Larcher hanno presentato i primi risultati di una complessa analisi sul legame tra il paesaggio e le coltivazioni di moscato con riprese fotografiche e dettagli storici che hanno evidenziato evoluzioni e involuzioni.
E suggestiva è stata la relazione di Carlo Tosco, docente del Politecnico di Torino, che ha illustrato la presenza storica della coltivazione della vite nell’arte e nelle tradizioni popolari piemontesi evidenziando i processi di sviluppo e di conservazione culturale di questa coltura.
Infine è stato un successo la proiezione del filmato d’epoca con le riprese della vendemmia del moscato e delle lavorazioni vinicole all’interno della Gancia nei primi anni del Novecento.
Il film, muto e in bianco e nero, fu prodotto negli Anni Venti, dall’Istituto Luce. Ha spiegato Patrizia Cirio, che insieme a Sergio Bobbio e Giancarlo Ferraris (omonimo dell’assessore comunale canellese) ha curato il convegno e una mostra sull’archivio storico della Gancia e delle altre aziende vinicole della zona: «Il film, che rimanda alle atmosfere di capolavori degli albori del cinema quali Metropolis di Fritz Lang o Tempi Moderni di Charlie Chaplin, è una preziosa testimonianza di come, al di là della retorica di quegli anni, l’industria vinicola canellese novant’anni fa, già cuore pulsante di un’economia in piena crescita, considerasse il cinema, allora un new media alla stregua degli attuali Internet e social network, un veicolo importante e vitale per fornire informazioni su come nella profonda provincia piemontese – sorprendentemente simile a quello che negli Usa di quegli anni era Detroit la capitale dell’auto – si fosse all’avanguardia rispetto alle produzioni vinicole industriali, ma anche di come la società stesse cambiando a ritmo vertiginoso».
Insomma il film rappresenta una testimonianza di com’era all’inizio del secolo scorso il mondo del moscato e del vino piemontese, per capire il suo presente e come potrebbe essere il suo futuro.
Filippo Larganà