E’ arrivato lunedì pomeriggio l’atteso annuncio della delibera da parte del Cda della Cassa di Risparmio di Asti “di accettare la proposta di modifica ed integrazioni al contratto di compravendita stipulato tra Banca C.R.Asti e Banca Monte dei Paschi di Siena in data 26 giugno 2012, avente ad oggetto il trasferimento a Banca C.R.Asti del 60,42% del capitale sociale di Biverbanca”. Superato dunque lo scoglio legato alle quote Bankitalia con la rinuncia da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena “a procedere con la scissione originariamente convenuta della partecipazione detenuta da Biverbanca in Banca d’Italia a fronte di un’integrazione del prezzo di compravendita (che non potrà eccedere l’ammontare massimo di euro 100 milioni)”, si legge nella nota congiunta diffusa dai due istituti bancari, si procede a vele spiegate verso l’acquisizione. Partiamo da questo dato per comporre, con il presidente Aldo Pia, una fotografia della situazione economica locale. La vicenda dell’acquisizione di Biverbanca aveva subito una battuta di arresto legata alla partecipazione a Bankitalia che le fondazioni di Biella Vercelli non volevano cedere, ma ieri si è arrivati a una definizione della questione. Che tipo di asset rappresenta Biverbanca per la Cassa di Risparmio di Asti? “Siamo una media banca commerciale con vocazione locale che negli ultimi anni ha esteso la propria attività nelle province contigue e nel milanese, con soddisfazione e con ottimi risultati. Questa strategia ci ha consentito, in un momento di sofferenza per il nostro territorio, di mantenere la ricchezza degli azionisti e della fondazione. Ho sempre detto che non esiste una dimensione ideale per una banca ma che è necessario saper cogliere le opportunità che offre il mercato. In questo senso avevamo ragionato quando avevamo ritenuto alla nostra portata l’acquisizione della Cassa di Risparmio di Alessandria dal gruppo BPM, e con piacere ci eravamo difesi dal gruppo stesso che voleva includerci, riconoscendoci capacità operativa e radicamento sul territorio. Abbiamo sempre detto di no, con garbo, poi ci siamo fatti avanti chiedendo che ci cedessero la banca alessandrina. Ma siamo piemontesi, meglio ancora, astigiani fino al midollo: l’affare era stato a lungo ponderato, avevamo fatto più che bene i nostri conti e avevamo già pronto un piano industriale. La trattativa era durata alcuni mesi, e non le nascondo la delusione che abbiamo provato quando improvvisamente sfumò, proprio quando ci sembrava ormai conclusa, con il ritiro dal mercato da parte del gruppo milanese dell’istituto alessandrino. Restammo spiazzati, per quanto tutto si fosse svolto nella piena legittimità e i rapporti non si sono mai deteriorati. Dopo questa operazione ci siamo guardati intorno e abbiamo iniziato a valutare che, se MPS, nel ridisegno complessivo del gruppo, avesse giudicato conveniente cedere Biverbanca, noi avremmo potuto essere interessati come acquirenti: era l’inizio del 2012. Biverbanca è un soggetto bancario che conosciamo bene, per ragioni geografiche poteva essere appetibile dato che dei 252 sportelli solo sei sono in sovrapposizione con i nostri e allo stesso tempo ci apre un fronte verso il nord del Piemonte mentre noi rappresentiamo il sud della regione. Questa acquisizione in realtà rappresenta il coronamento di un piano industriale studiato nel dettaglio, un’operazione molto importante, perché non possiamo permetterci di sbagliare. Un’operazione che crea una vera e propria Banca del Piemonte. Basti pensare che, dopo Intesa e Unicredit, CrAsti sarà la prima banca “normale” della regione per numero di sportelli: un riferimento importante per la piccola e media impresa, le famiglie, la nostra clientela abituale”. La Cassa di Risparmio di Asti si è sempre orgogliosamente presentata come la banca del territorio: il baricentro rischia adesso di spostarsi adesso verso Biella e Vercelli? “Questa eccezione ci è stata sollevata da qualcuno. In verità si tratta di un’opportunità di lavoro che va a soddisfare grandi e piccoli azionisti. La nostra Fondazione può fare ciò che effettivamente fa perché dietro c’è una banca che lavora bene e porta utili a fine anno, altrimenti saremmo scomparsi da tempo. Non si pensi che questa operazione va a soddisfare qualche ambizione dei vertici: è stata effettuata per sopravvivere, e per vivere bene bisogna mettersi in gioco, mai stare fermi, altrimenti si soccombe. Non snatureremo la nostra vocazione, non verremo meno alle promesse fatte al nostro azionariato e ai clienti, ma saremo più organizzati, più forti, probabilmente anche meno cari in termini di costi aziendali. Si tratta dunque di una grande opportunità per Asti, dato che il nostro scopo prioritario è perseguire l’utile e ridistribuirlo sulla città”. Dal suo osservatorio privilegiato, come si può descrivere situazione economica dell’Astigiano? I vostri crediti verso la clientela aumentano, ma come procede la situazione delle richieste e concessioni mutui e prestiti? “Le richieste sono modeste e modesto è, ahimé, il contesto economico. Lo dico a malincuore, e lo dico da astigiano: il nostro è un territorio che soffre da troppo tempo una crisi di identità, in gran parte a mio avviso riconducibile alla mancanza di un progetto complessivo del sud del Piemonte. I campanili hanno fatto il loro tempo. Da parte nostra non abbandoniamo mai nessuno, in condizioni di trasparenza. E’ chiaro che adesso viviamo un’economia debole, che protegge ciò che ha senza sviluppare nulla di nuovo. L’astigiano è un buon risparmiatore mediamente, ma molte famiglie hanno iniziato a erodere i capitali risparmiati. La situazione del mercato immobiliare è ferma, le case non si comprano più, la richiesta dei mutui in Italia è scesa del 62 per cento rispetto al 2011, che già non fu un anno brillante. Da parte nostra siamo pronti. Abbiamo dimostrato di voler aiutare il lavoro, ad esempio nel caso dell’Arespan, con altri soggetti bancari. Si capisce anche come sia difficile oggi uscire da un atteggiamento difensivo e proporsi su un mercato complesso, ci vuole molto coraggio. Qualche timido passo arriva dal settore agricolo, dove molte imprese hanno ringiovanito la compagine: qui qualche giovane si sta affermando facendo cambiare pelle all’azienda. Ci sono giovani astigiani che stanno resistendo, portando avanti le loro imprese con capacità anche nel commercio e nell’industria, dove pure si sta assistendo a un cambio generazionale”. Il testo integrale dell’intervista sarà disponibile sull’edizione della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 5 ottobre. Marianna Natale
Tre domande a… Aldo Pia
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