“Recenti fatti di cronaca ci portano a riflettere, ancora una volta, su come sia percepito il ruolo dell’infermiere nella società italiana. L’infermiere è un professionista competente ed autonomo, la cui formazione segue un rigido e selettivo percorso universitario. È totalmente indipendente nel gestire l’assistenza alla persona, collabora col medico (responsabile dell’area clinica, col quale non ha alcun tipo di subordinazione) e si avvale dell’aiuto dell’OSS (operatore socio-sanitario, in possesso del relativo diploma). In quanto professionista, si presta con dedizione ed attenzione all’erogazione di assistenza al cittadino con problemi di salute, ma sembra che, proprio perché in fin dei conti “sta solo facendo il suo lavoro”, non gli si debba dare il giusto rispetto. L’utente sempre più spesso “sfoga” tutta la sua ira e frustrazione verso l’infermiere: arroganza, pretese, ineducazione sono ormai all’ordine del giorno. In alcune realtà queste situazioni sono più accentuate. Il pensiero corre al Pronto Soccorso, dove, per la natura stessa del servizio, i colleghi si trovano ad affrontare situazioni di stress elevatissimo. L’infermiere è il parafulmine contro cui gli utenti sfogano la rabbia per le ore di attesa, per un problema di salute ancora non indagato, per l’ennesimo codice rosso che li sorpassa, e le modalità con cui tale sentimento viene espresso vanno spesso al di là di ogni principio di logica ed educazione. Il triage è un passaggio fondamentale dell’accesso in Pronto Soccorso: è il momento in cui un infermiere opportunamente formato raccoglie segni, sintomi e informazioni e attribuisce un codice di priorità: rosso, giallo, verde, bianco. Più la priorità è alta, più il problema è grave e deve essere affrontato rapidamente, di fatto scavalcando gli altri e scontrandosi sovente con la vergognosa logica del “non me ne frega niente, c’ero prima io”, disgustosa espressione di un egoismo becero e disumano. Il territorio, a partire dal medico di famiglia, dovrebbe essere il filtro tra gli utenti e l’ospedale, ma ciò spesso non avviene: per risparmiare tempo e denaro si accede impropriamente al Pronto Soccorso, che inevitabilmente si intasa. Ricordiamo il nome: Pronto Soccorso. Dovrebbe essere già insito nella nostra cultura l’idea di accedervi per la necessità di un intervento urgente. Il cittadino ha tutto il diritto di pretendere un servizio efficiente, ma se questo viene utilizzato impropriamente, la responsabilità del disservizio ricade anche su di esso: utilizzando il Pronto Soccorso per motivi non urgenti, pretendendo di passare subito, magari davanti a persone più gravi, innervosendosi per l’attesa e aggredendo il personale, è sbagliato e non fa che allungare i tempi di triage e visita. La morale, caro cittadino, è inevitabile: prima di aggredire gli operatori del Pronto Soccorso (come pure quelli di qualsiasi realtà sanitaria), e addirittura riversare la tua bile su stampa e social network, dovresti fermarti a riflettere. Riflettere su come le tue scarpe siano state perse o i tuoi pantaloni macchiati perché, mentre operatori competenti ti stavano salvando la vita, la loro attenzione era fortunatamente centrata su di te e non sui tuoi vestiti. Riflettere su come la tua dentiera sia stata sfortunatamente danneggiata nel tentativo (riuscito) di intubarti immediatamente, e di quanto ti sarebbe inutile una dentiera integra se l’intervento non fosse stato così rapido. Riflettere su come quel signore in arresto cardiaco, arrivato in ambulanza a sirene spiegate, avesse necessariamente la priorità sul tuo occhio arrossato, e ti sia “passato davanti” perché un infermiere competente ha valutato che fosse la cosa giusta, e di come, se fossi tu quello in fin di vita, loderesti un comportamento del genere. E, soprattutto, riflettere su come sarebbe stato conveniente, anziché umiliarlo e sovrastare continuamente il suo tono di voce, ascoltare quell’infermiere “che non capisce niente”, perché con tutta la sua formazione, la sua esperienza, il suo vivere quotidianamente quella realtà che tu vedi di sfuggita una volta ogni tanto, magari avrebbe potuto aiutarti ed insegnarti qualcosa”. Collegio Provinciale Ipasvi Asti
Il Collegio Provinciale Ipasvi di Asti chiede rispetto per gli infermieri
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