Parlare di Giustizia riparativa, in carcere e in città. Una giornata in una prospettiva di giustizia, riparazione e speranza
Prosegue ad Asti il cammino della giustizia riparativa che, secondo uno dei suoi principali teorici, Howard Zehr, può essere vista come “un modello di giustizia che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo”. Un’opportunità introdotta in modo organico nel nostro ordinamento dalla riforma Cartabia del 2022, che ha istituzionalizzato per legge questo percorso di incontro e dialogo nel tentativo di effettuare una “riparazione” delle conseguenze dei reati. Certamente non è una prospettiva facile, perché, come ricorda don Ciotti, la giustizia riparativa “non è solo un sistema giuridico, ma anche un prodotto culturale, capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare [che] il ricostruire le relazioni umane e il tessuto sociale non può andare a discapito dell’equità, della certezza e della funzione riabilitativa della pena”.
È in questo quadro che si è svolta all’interno del carcere di Quarto, mercoledì 21 gennaio, la presentazione del volume Memoria e riparazione. A trent’anni dalle stragi, sguardi verso un futuro di libertà dalle mafie, a cura di Andrea Patanè, organizzata dalla direzione e dall’area trattamentale della Casa di Reclusione. Un momento di scambio a cui è seguito, nel pomeriggio, un ampio dibattito sulla giustizia riparativa presso la Sala Consiliare del Comune di Asti, alla presenza di tante realtà del territorio e, fra gli altri, del Vescovo, Marco Prastaro. L’incontro pomeridiano, in particolare, ha focalizzato l’attenzione sull’immaginare Asti come “città riparativa”, sulla scorta di altre esperienze attive sul territorio nazionale, e proseguendo un cammino già intrapreso tra carcere e territorio lo scorso anno. A condurre e moderare entrambi le fasi della giornata di riflessione è stato il Garante delle persone private della libertà personale, Domenico Massano.
Al mattino, presenti all’incontro nella Casa di Reclusione, sono stati la direttrice Giuseppina Piscioneri, con il comandante della polizia penitenziaria, Leonardo Colangelo, la capoarea trattamentale, Monica Olivero, e le educatrici, alcuni agenti e un gruppo di persone detenute che già lo scorso anno avevano partecipato al progetto. Sono inoltre intervenuti, fra gli altri, l’Assessore all’Istruzione, Loretta Bologna, la Garante regionale Monica Formaiano, la presidente della Biblioteca Astense, Roberta Bellesini, Davide Gioda della Cooperativa La Strada, Davide Bosso, dirigente del CPIA Asti 1, Luca Di Giandomenico, presidente del Consorzio COALA, Francesco Marzo, presidente del CSVAA, Silvana Nosenzo di Agar teatro, volontari penitenziari dell’associazione Effatà, rappresentanti di Libera, della Camera penale e docenti della scuola del carcere.
Il Garante Massano ha introdotto la professoressa Anna Lorenzetti, ordinaria di Diritto Costituzionale all’Università di Bergamo, il mediatore Filippo Vanoncini del Centro Giustizia Riparativa InConTra di Bergamo e Monica Delmonte del Centro di Giustizia Riparativa di Torino.
In particolare i primi due sono stati contributori del volume presentato, frutto di un progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che ha premiato una proposta del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Ateneo bergamasco, volta a valorizzare il trentennale delle stragi di mafia dei primi anni ’90 per creare un asse fra memoria e riparazione. Quest’ultima un concetto chiave della riforma Cartabia, presentato ed approfondito in chiave costituzionale dalla professoressa Anna Lorenzetti, anche se “resta ad oggi ancora poco conosciuta e messa in pratica”.
“La giustizia riparativa – ha sottolineato la direttrice della Casa di Reclusione, Giuseppina Piscioneri – rappresenta il passaggio verso un sistema penale che valorizza la riparazione delle conseguenze del reato”. Come ha spiegato il garante dei detenuti Domenico Massano, “nel carcere di Asti questo percorso è stato presentato su proposta di una persona detenuta lo scorso anno, si tratta di un percorso la cui portata culturale è ampia e particolarmente significativa, ed oggi siamo insieme per cercare di dare continuità e prospettive a questo cammino, dentro e fuori dal carcere”. Un itinerario che, attraverso alcuni incontri a cui hanno partecipato un gruppo di persone recluse e persone della comunità esterna, affiancati dai mediatori esperti del centro Incontra di Bergamo e del centro di Torino, aveva portato ad un doppio esito: “Una lettera dei detenuti ‘a un compagno di detenzione’ per spiegare il concetto di giustizia riparativa e stimolare l’interesse verso di essa – ha raccontato il Garante – e il progetto di lavorare in città, ad Asti, per dar vita a una comunità ‘riparativa’”.
“La giustizia riparativa – ha affermato Filippo Vanoncini – consente a chi ha commesso un crimine di uscire dalla logica di schiavitù che le organizzazioni mafiose spesso applicano ai propri associati. È una giustizia dell’incontro perché la questione è sottoporsi ad uno sguardo non giudicante che permetta alla vittima e all’autore di reato di riconoscersi nella propria umanità e nel proprio dolore. È una giustizia esigente per tutti, poiché genera una spinta nelle parti coinvolte in un reato (autore, vittima e comunità) che muove dall’interiorità di ciascuno. In questo contesto, ogni individuo è chiamato a manifestare la propria umanità più profonda e a riconoscersi nell’umanità ferita dell’altro”. Ed è così che l’autore di un reato grave può arrivare a “riconoscere la vittima come un essere umano che soffre”, abbandonando le relazioni perverse e i legami soffocanti della malavita organizzata per tornare a umanizzarsi e uscire definitivamente dalla mentalità criminale.
Nel pomeriggio i relatori ed il Garante hanno proseguito i lavori insieme ai soggetti partecipanti al Gruppo di lavoro sulle tematiche carcerarie ed a diverse altre realtà del territorio, dando seguito all’incontro del mattino ed al cammino intrapreso lo scorso anno per l’avvio di un percorso per la promozione e la sensibilizzazione del territorio astigiano alla cultura ed alle pratiche della giustizia riparativa (per una “Asti città riparativa”, sulla scorta di altre esperienze attive sul territorio nazionale). Un momento particolarmente significativo in cui è stata condivisa l’importanza di ulteriori incontri di approfondimento ed in cui è stato riconosciuto il valore di questa prospettiva anche in ambito culturale. Un cammino sicuramente in divenire, non semplice né scontato ma che, a piccoli passi, continuerà nei prossimi mesi.
Domenico Coviello