Tre domande a… Domenico Massano
Da inizio estate è garante dei diritti delle persone private della libertà personale, ma per anni, dal 2018, è stato una persona che il carcere lo conosce bene, che lo frequenta che lo porta “fuori” con iniziative, convegni, progetti. Parliamo di Domenico Massano, Pedagogista e formatore con una trentennale esperienza lavorativa nel sociale e, appunto, componente del direttivo dell’associazione Effatà e volontario nella casa di reclusione di Asti, all’interno della redazione di Gazzetta Dentro, giornale realizzato dagli stessi detenuti.
Due ruoli diversi, entrambi di grande impegno. Cosa si porta dietro?
“Esiste naturalmente una differenza tra il ruolo di volontario e quello di garante. Prima quando uscivo dalla casa di reclusione avevo l’idea di implementare quello che si faceva nella redazione, per dare un senso al tempo della detenzione. Ora il mio sguardo è un po’ più ampio e orientato non solo ai diritti delle persone detenute, ma anche al contesto territoriale, alla comunità. La mia volontà è, infatti, quella di sensibilizzare maggiormente e creare opportunità affinché la detenzione abbia un senso e una prospettiva costituzionale come recita l’articolo 27: ‘Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’. Stando dentro alla redazione ho capito l’importanza e la generatività di contesti in cui il confronto e le relazioni possano vivere e svilupparsi nel tempo. Il tentativo continua a essere quello di creare un ponte per evitare che il carcere sia una realtà isolata rispetto alla società. Oggi, a differenza di prima quando facevo il volontario, ho poi in più la responsabilità di prendere in considerazione diversi aspetti della realtà penitenziaria tra cui le cose che nei colloqui con i detenuti emergono”.
E quali sono gli argomenti o le problematiche che emergono maggiormente?
“I colloqui vertono principalmente su due ambiti. Il primo legato alle attività trattamentali, mi riferisco soprattutto all’opportunità di un lavoro, ma anche all’ampliamento di attività laboratoriali e culturali che possano essere svolte con continuità per dare un senso ai giorni e un’utilità alla detenzione. Il secondo aspetto è legato alle relazioni familiari, alle possibilità di colloqui, soprattutto quando si è in presenza di figli in giovane età. C’è il bisogno di mantenerle, curarle e consolidarle. Poi sono riportate problematiche legate alla vita in carcere, agli spazi angusti nelle celle, alle criticità del sistema penitenziario, all’aspetto sanitario e a diverse altre questioni su cui si cerca costantemente un’interlocuzione con le diverse aree e i diversi soggetti istituzionali interessati”.
Dal suo duplice punto di vista dentro c’è troppo poco fuori?
“Sicuramente ci vorrebbe più attenzione a quello che succede dentro, in un carcere. Generalmente si parla di questa realtà solo in termini negativi, ma bisogna ricordare che dentro un carcere si trovano persone detenute, persone che non sono solo i reati che hanno commesso, persone che hanno responsabilità e doveri, ma che parallelamente hanno il diritto di poter dare un senso al tempo della detenzione, di poter riparare e di avere una speranza per il futuro. Inoltre ci si scorda spesso dei loro familiari, soprattutto dei figli, ma anche delle altre persone che gravitano intorno al carcere in particolare di chi vi ha un ruolo importante e delicato in prospettiva costituzionale, ossia della direzione, del personale educativo, sanitario e amministrativo e della polizia penitenziaria. Comunque sarebbe necessaria maggiore partecipazione della comunità, ma purtroppo sembra che le maglie si siano ristrette e ora è più difficoltoso organizzare cose per il dentro”.
L’intervista completa e altri approfondimenti sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 6 febbraio 2026