Tre domande a… Alice Avallone
Un foglio per gli appunti, un mozzicone di matita, un regolo ostetrico.
All’anziano ginecologo seduto davanti a lei bastano pochi strumenti per profetizzare la data di nascita della figlia. In quel momento Alice Avallone realizza che produciamo dati fin dal concepimento, un oceano di informazioni in cui rischiamo di naufragare senza saperli interpretare nella loro interezza.
“Dati sensibili. Il lato umano e consapevole dei numeri” (Enrico Damiani Editore) è la bussola con cui navigare nella dimensione umana dietro le cifre.
Docente della Scuola Holden di Torino, nel libro fresco di stampa la ricercatrice astigiana spiega come guardare oltre i numeri per capire chi siamo.
Perché, se osservati con le lenti giuste, quei dati possono trasformarsi da entità fredde in istantanee che raccontano molto più di quanto possiamo immaginare.
Alla base di questo approccio c’è il Data Humanism. Come si applica concretamente?
“Anche se non ce ne rendiamo conto, i dati sono ovunque: li produciamo continuamente, in qualsiasi momento. Il Data Humanism vuole dare una lettura dei dati più umana considerando non solo quelli quantitativi ma anche quelli qualitativi. Per leggere un fenomeno si utilizzano sei lenti progressive, passando dal livello più semplice a quello più complesso”.
È un libro che non parla solo ai ricercatori, vero?
“No, anzi. È dedicato soprattutto a chi avverte i numeri come qualcosa di freddo, invita a guardare oltre per capire che dietro nascondono storie, emozioni, sentimenti. I ‘dati sensibili’ del titolo si riferiscono a questo, non si limitano a informare ma toccano in modo più profondo. Sono dati ‘empatici’, insomma”.
Il libro si sofferma anche sugli “small data”. Perché sono così preziosi?
“Spesso vengono considerati separatamente, ma gli small data sono contenuti nei big data. E sono importanti perché rivelano la natura umana più profonda. Prendiamo la cronologia degli ascolti su Spotify: a un’analisi superficiale si capiscono le preferenze musicali ma andando più in profondità si può intuire come stava una persona nel periodo in cui ascoltava un determinato tipo di musica”.
Lo stesso vale per i contenuti condivisi sui social network.
“Esatto: se ci chiediamo come mai un utente ha deciso di pubblicarli, anche quelli più banali, non sono inutili come sembrano. Quella persona potrebbe aver bisogno di essere vista, di far sapere che esiste, oppure vuole sentirsi parte di una comunità. Analizzare i dati sotto una luce più umana offre un totale cambio di prospettiva”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 6 febbraio 2026
Alberto Gallo