Asti Musica edizione numero 19. Diciannove estati di concerti, incontri, sperimentazioni, successi. Quest’anno tra mille difficoltà e un budget ridottissimo (circa 120 mila euro) il direttore artistico Massimo Cotto e il suo staff sono riusciti, ancora una volta, ad allestire un cartellone di tutto rispetto e a portare sul palco di piazza Cattedrale artisti quali Morcheeba (una delle due date italiane), Cristiano De Andrè, Raphael Gualazzi, Clementino, Statuto, Zibba, Renzo Rubino, Camaleonti e molti altri. Un programma vario, studiato per incontrare tutti i gusti del pubblico astigiano, al quale, nei giorni scorsi, è stato chiesto di contribuire a salvare la manifestazione partecipando ad almeno uno dei quattro concerti a pagamento. Il “refrain” è sempre lo stesso: la crisi si fa sentire e morde soprattutto la cultura, lo spettacolo. Si taglia qui per non sforbiciare altrove. Ma qual è il reale stato di salute di Asti Musica? Lo abbiamo chiesto proprio al direttore artistico. Assessore Cotto, questa potrebbe essere davvero l’ultima edizione di Asti Musica? “Per la prima volta, alla fine di queste 13 serate, credo dovremmo trovarci e capire se e come si andrà avanti. I costi che richiede l’organizzazione di un festival di qualità sono sempre più alti, è inutile negarlo. Ci sono alcune possibilità da valutare: potremmo dare spazio ai giovani e fare solo due concerti a pagamento, con grandi nomi. Oppure arriviamo alla ventesima edizione e chiudiamo? Mi auguro che ci sia una riflessione seria a riguardo e poi, se si deciderà di proseguire e investire in cultura e musica, spero che si riuscirà a presentare un cartellone con almeno sei mesi di anticipo, in modo da lavorare al meglio, dando l’opportunità alla città di rispondere bene e perché no, attirare anche gente da fuori “. Eppure, nonostante le risorse piuttosto esigue, siete riusciti ad allestire un festival ricco e variegato. Con quale criterio sono stati scelti gli artisti? “La filosofia di Asti Musica poggia su tre punti ben definiti. Primo, i concerti a pagamento devono essere sempre un numero molto basso e mai superiore a un terzo del totale delle esibizioni. In secondo luogo ci deve essere un’assoluta alternanza di generi e artisti. Terzo e ultimo: non ci possono essere “giorni vuoti”, nessun buco per offrire alla città il meglio e in maniera continuativa. L’idea è che piazza Cattedrale possa essere una sorta di “quartiere latino” dove incontrare persone e musiche che non si conoscono. Dal pop al blues, dal rap, alla canzone nazionalpopolare passando attraverso i più famosi parolieri italiani e le grandi star internazionali, abbiamo cercato di portare tutto questo ad Asti, perché è giusto andare incontro a tutte le richieste. Asti Musica deve essere per tutti”. Negli ultimi anni spopolano i festival estivi di provincia. I grandi nomi non riempiono solo gli stadi a Milano o Torino, ma accettano di esibirsi in kermesse che non sono più minori o di nicchia, ma richiamano migliaia di persone. Basti pensare a Collisioni a Barolo o alla Collina degli Elfi a Govone. Sente un po’ la concorrenza con questi eventi? “Intanto si parla di realtà diverse. Collisioni può attingere a molti fondi e a un numero di volontari davvero impressionante, l’altra è un’associazione senza scopo di lucro che è comunque riuscita a portare a Govone artisti come Bob Geldof, Goran Bregovic e Giorgia. È vero che c’è questa tendenza a spostarsi verso la provincia e i piccoli centri. Noi ad Asti dobbiamo cercare di unire l’aspetto artistico con quello economico: la nostra città è meta di un turismo di giornata e sarebbe anche bello tentare di organizzare due o tre grandissimi eventi in successione per invogliare la gente a fermarsi e a visitare il nostro territorio. Ma ci si scontra sempre con lo stesso problem, quello dei soldi, che se ne porta dietro molti altri”. Martina Tartaglino
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