la mandragolaLa stagione del Teatro Alfieri di Asti continua lunedì 9 febbraio alle 21 con “La Mandragola”, uno spettacolo di e con Jurij Ferrini. A dividere il palco con l’attore e regista, Matteo Alì, Michele Schiano di Cola, Angelo Maria Tronca, Claudia Benzi e Cecilia Zingaro. “Proviamo a fare un salto indietro nel tempo di quasi cinque secoli – spiega Ferrini – nel pieno rinascimento italiano, un’epoca in cui c’era di che esser fieri del nostro sventurato paese; eppure tra le più autorevoli figure artistiche che hanno lasciato il segno con le loro opere nella storia dell’umanità, da Raffaello al Brunelleschi, da Michelangelo a Leonardo da Vinci, ci si ritrova di fronte, dal punto di vista teatrale, al “caso unico” di un’opera straordinaria della drammaturgia di tutti i tempi. Il mio stupore si accende già davanti al fatto che un genio come Machiavelli, l’autore de Il principe e delle Istorie fiorentine, uomo politico, grande ed appassionato studioso e scrittore di filosofia, che ha in qualche modo inventato e contestato la “politica moderna” (la diatriba è aperta e non mi sento proprio di chiuderla io)… insomma sembra che questo insigne letterato non abbia mai fatto altro che scriver commedie, data la perfezione assoluta di questa partitura teatrale, un semplice e geniale meccanismo comico, allegorico, satirico e graffiante; e invece, a parte la meno fortunata Clizia, e la riscrittura dell’Andria di Terenzio non si ha notizia di alcuna altra commedia che possa essere a lui attribuita. Il testo, ispirato da un motivo erotico-cortese di ascendenza medievale e di sapore decameroniano, ossia l’innamoramento da lontano per semplice suggestione durante una disputa sul primato di bellezza “tra le donne italiane e quelle franzesi”, non è solo una perfetta macchina comica ma anche una meravigliosa allegoria sulla “corruzione della logica politica”, allegoria che scambia i vizi della vita pubblica con quelli della vita privata, allargando il suo orizzonte critico anche al clero (infatti non si ricorda spesso che quest’opera è stata messa all’indice dalla chiesa cattolica per più di quattrocento anni, fino ai primi anni ’50) e che in quasi cinque secoli di storia – e qui sta il secondo motivo di stupore nel riprenderla in mano oggi – non solo non ha perso mordente sull’attualità, ma al contrario è stata in qualche modo una lucidissima premonizione sui nostri tempi, rivelando la nostra stessa identità di popolo e le radici profonde di un malcostume – ahimé – tutto italiano”. Biglietti 20 euro (loggione 15 euro). Per informazioni e prenotazioni 0141.39057.