Tre domande a… Andrea Colombo
Al via a Bubbio, nella Valle Bormida, alta Langa astigiana, il ciclo di eventi organizzato dalla cantina Colombo. Primo appuntamento il 12 aprile alle 12:00 con Degustazioni Letterarie, un format ideato da Annalisa Righini e Marinella Brizza. Le due lettrici guideranno un’esperienza che alterna assaggi gastronomici e piccoli frammenti di letteratura, proprio come in una degustazione in cantina. La protagonista dell’incontro sarà Zelda Sayre Fitzgerald, raccontata attraverso un’intervista immaginaria che ne restituisce emozioni, visioni e passioni – vino compreso. Le voci narranti di Righini e Brizza daranno vita a un ritratto vibrante, mentre lo show cooking dello chef Mattia Astengo completerà l’esperienza con piatti pensati per dialogare con i vini della cantina.
In dialogo con il proprietario Andrea Colombo abbiamo esplorato genesi e potenzialità di questa iniziativa.
In questo ciclo di appuntamenti il vino diventa linguaggio culturale: quanto è stato importante per lei costruire esperienze che vadano oltre la degustazione, trasformandola in narrazione del territorio e della sua memoria?
“Per noi di Colombo il vino è un gesto che si compie in un luogo preciso, con una storia precisa. Da quando abbiamo avviato questa cantina, nel 2003, ho sentito la necessità di restituire a chi sceglie i nostri vini qualcosa che andasse oltre il calice: la sensazione di essere dentro un paesaggio, dentro una memoria collettiva. La degustazione da sola racconta il presente – profumi, struttura, equilibrio. Ma quando ci si siede attorno a un tavolo con un testo letterario, con un casaro che racconta paesaggi e stagioni, con un appassionato di vino e storia sabauda, il vino inizia a parlare del passato e del futuro di questo angolo di Piemonte. Costruire queste esperienze è stato naturale, quasi necessario. Non è stato un calcolo, è stato un bisogno”.
Pinot Nero e Chardonnay sono i protagonisti, ma cambiano contesto a ogni evento: quale aspetto inedito di questi vitigni spera emerga nel dialogo con letteratura, storia e produzioni locali?
“Sono due vitigni che hanno una straordinaria capacità di adattamento, e proprio per questo sono perfetti per un percorso del genere. Il Pinot Nero è mutevole, inquieto, cambia completamente a seconda del contesto in cui lo porti. Lo Chardonnay ha una generosità che si lascia plasmare da ciò che gli sta accanto. Quello che spero emerga, evento dopo evento, è quanto questi vini siano capaci di amplificare tutto il resto. Il 12 aprile, con le Degustazioni Letterarie di Annalisa Righini e Marinella Brizza, il Pinot Nero incontrerà il personaggio di Zelda Fitzgerald: mi aspetto che chi degusterà i nostri vini in quell’occasione li ricordi in modo completamente diverso dal solito. L’8 maggio, abbinati al Roccaverano DOP, racconteranno la campagna, le capre, il lavoro del casaro. Il 12 giugno entreremo nella barricaia e il vino diventerà un esempio didattico sul potere e la poesia dell’affinamento in legno. E il 5 luglio, con Luigi Bertini, apriremo una finestra sulla storia. Ogni incontro è un’occasione, una conversazione diversa. Vorrei che il pubblico capisse che non esiste un unico vino: esistono tante versioni, tante letture possibili, che cambiano al mutare del contesto, ma che possono essere sempre piacevoli”.
La Valle Bormida è al centro del progetto: quale identità vuole restituire al pubblico attraverso questi incontri, e che ruolo può avere una cantina oggi nel valorizzare un territorio ancora poco raccontato rispetto ad altre aree piemontesi?
“La Valle Bormida è un territorio con una bellezza silenziosa, che chi ci vive conosce bene ma che fatica ancora a farsi sentire fuori. È una delle aree più affascinanti dell’Alta Langa astigiana, eppure rimane poco raccontata rispetto ad altre zone piemontesi più celebrate. Attraverso questi incontri vorrei che le persone portssero a casa un’immagine concreta: la Valle Bormida non produce solo buon vino, produce cultura, identità, comunità. Una cantina oggi non può limitarsi a fare bene il proprio mestiere: deve essere un presidio, una luce accesa, uno spazio dove il territorio si racconta e si riconosce. Noi siamo ancora una storia da scrivere, e questo, invece di essere un limite, è la nostra libertà più grande”.
Camilla Assia di Selve