In viaggio nel vento è il titolo della mostra fotografica sulla comunità Rom di Asti che si terrà dal 10 dicembre (inaugurazione alle 17,30) al 24 gennaio all’Archivio di Stato di via Govone 9.
L’iniziativa, curata da Maria Rosa Amich e Silvana Francese e promossa dal VI circolo didattico di Asti, si basa sulle fotografie scattate da Franco Rabino (per la sezione “Ritratti dei figli del vento”) e da Michela Pautasso (“Vento Calmo”).
Dice proprio Michela Pautasso: “Non comincio un progetto con un’idea precisa di quel che farò. Comincio semplicemente facendo fotografie. Penso alla fotografia come a una forma di terapia, qualcosa che ho bisogno di fare. E’ una relazione con il mondo di cui sento necessità e, al tempo stesso, una distanza: come essere più presente e in qualche modo meno presente. Mi piace pensare di non poter avere il controllo totale e che le fotografie sono quel che succede, piuttosto che il risultato delle decisioni che posso prendere. Una fotografia non è necessariamente una menzogna, ma allo stesso tempo non è certo la verità. Si tratta più che altro di un’impressione, soggettiva e fugace, un’immagine di un tempo e di una cultura senza mura e senza torri, una cultura orizzontale come una strada, una tenda sfiorata da un vento calmo”.
Alle fotografie si accompagano piccole storie raccontate a viva voce dai Rom: impressioni e spaccati di vita che aiutano a capire una realtà così vicina eppure così lontana.
“Quando siamo arrivati ad Asti – si legge in una di esse – io e i miei fratelli abbiamo acquistato un pezzo di terra. Ma era un terreno agricolo. Non ci potevamo abitare con le nostre roulotte e carovane. A Torino non c’era posto per noi al campo. Ci siamo fermati qui, sgomitandoci con gli altri nomadi, sinti. Poi ci hanno dato un posto solo per noi rom. Un posto dove restare”.
“Alcuni di noi si sono costruiti una “casa” – racconta un’altra di queste microstorie -. Alcune più grandi altre più piccole. Vivere in una casa è diverso dal vivere in una tenda o in una roulotte. I nostri figli si possono lavare e presentarsi a scuola come gli altri bambini. Le nostre case sono abusive. Ce le vogliono demolire. Respingerci indietro nel tempo. Le persone vivono con lo sguardo rivolto in avanti. Non si può vivere tornando indietro”.
Così Franco Rabino racconta l’esperienza del backstage: “Non nascondo che ci siamo divertiti veramente tanto, ogni volta che montavamo il set in una diversa casetta – i loro piccoli prefabbricati che adesso vogliono abbattere anche qui – spostando letti, tavoli e sedie, allacciando la corrente per i miei due fari chissà dove. Hanno compreso perfettamente, per istinto, che volevo raccontare loro e soltanto loro, non la miseria del campo, le reti metalliche, le pozzanghere enormi quando piove; non mi interessa il facile sociologismo, non volevo denunciare ancora una volta la povertà di una vita condotta alla periferia delle periferie; mi interessa la straordinaria ricchezza della loro umanità, la loro capacità di gioia, il farsi coinvolgere nel gioco della fotografia e del ritratto.Così le riprese fotografiche sono diventate un gioco collettivo perché per tutti loro – dentro alla mia testa – ho immaginato la situazione di una grande, grandissima famiglia che, all’inizio dal secolo scorso va’ dal fotografo per fare ritrarre tutti i suoi componenti; quelle fotografie imponenti e quadrate da appendere nel salotto buono. Ma c’era anche un altro significato in quell’andare a farsi ritrarre. Era il segno tangibile del riscatto sociale, dell’aver finalmente conquistato una posizione nel mondo e che questa posizione andava testimoniata. Il senso di gioco e il paradosso stanno proprio in questo; utilizzare un codice comunicativo tipico della fotografia borghese per dare dignità, valore e spessore a coloro a cui, oggi, tutto questo viene negato anche con la violenza.
Per questo ho fotografato il sorriso dolce ed enigmatico di Endira, lo sguardo di Elvis”.
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