Tre domande a… Gianni Oliva
Gianni Oliva, storico e saggista, è autore di numerosi saggi a carattere divulgativo, con particolare interesse verso la storia degli anni Quaranta. E’ nato a Torino nel 1952, si è laureato in Lettere a indirizzo storico ed è stato insegnante, preside e docente universitario. E’ stato amministratore locale con il Pci-Pds e nel 2005 è diventato assessore alla Cultura della Regione Piemonte. E’ stato presidente del Conservatorio di Torino.
Uno dei suoi ultimi lavori, pubblicato nel 2024 da Mondadori, è “45 milioni di antifascisti. Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il Ventennio”, che prende il titolo dalla frase sarcastica pronunciata da Winston Churcill: “In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”.
Perché gli italiani non hanno saputo fare i conti con il Ventennio fascista?
“Innanzi tutto perché quando la guerra è finita, l’Italia si è comportata come se avesse vinto. A Parigi quando si sono riunite le potenze vincitrici, infatti, Giappone, Germania e Italia non erano presenti, ma a scuola nessuno ce l’ha detto. Quel che è mancato all’Italia è stato un Processo di Norimberga che costringesse a fare i conti a voce alta con le colpe e le vergogne. Il problema è stato quello di assolvere tutti, senza fare i conti con il passato. Un ragazzo che spara in guerra a vent’anni sarà anche in buona fede, ma non significa che ha fatto la cosa giusta”.
E’ bastata la Resistenza a “ripulire” il passato?
“La Resistenza è stata usata come alibi per evitare di fare i conti con le proprie coscienze. Nel 1945 sono cambiate le regole e la classe dirigente politica, ma i Prefetti, i Questori, i burocrati, i giornalisti e tutti gli altri dirigenti sono rimasti gli stessi: tutte persone che avevano sostenuto la Dittatura fino a poco tempo prima. Calvino ne “I sentieri dei nidi di ragno” scriveva che la rabbia con cui sparavano i partigiani era la stessa dei fascisti, con la differenza che i primi erano dalla parte della ragione, mentre i secondi avevano torto. In questo modo si è dato un giudizio sulle persone e non tanto sui progetti”.
Aveva ragione Indro Montanelli quando diceva che l’Italia è un paese senza futuro perché chi ignora il proprio ieri non può avere un domani?
“Tutti noi vogliamo andare avanti, la nostra società oggi corre sempre più veloce. Ma è come quando si va in auto e si vuole superare: per sorpassare devi sempre guardare nello specchietto retrovisore e analizzare che cosa c’è dietro, assicurarsi che la corsia sia libera. E’ fondamentale andare avanti, ma bisogna avere la consapevolezza di cosa c’è dietro”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 5 giugno 2026
Laura Avidano