Tre studentesse ogni cento: nella meccanica la parità comincia a scuola
In un’aula di un Istituto Tecnologico Superiore a indirizzo meccanico, le ragazze si contano sulle dita di una mano. Spesso ce n’è una soltanto, a volte nessuna. È un’immagine che anticipa, con qualche anno di scarto, quella dei reparti in cui quegli studenti entreranno a lavorare.
Il dato che la fotografa è netto. Secondo il monitoraggio nazionale degli ITS Academy curato dall’INDIRE, le studentesse sono poco più di un quarto degli iscritti complessivima nel Sistema meccanica si fermano al 3,5%, ma nel Sistema meccanica si fermano al 3,5%, a fronte del 71,1% del sistema moda. E non si tratta di un angolo marginale del sistema: la meccanica è l’area tecnologica che conta il maggior numero di corsi dell’intera offerta ITS. L’imbuto che porta le donne in fabbrica, insomma, si stringe molto prima del primo colloquio: si stringe in aula.
Una scelta che si compie a quindici anni
La cosa più interessante è che non si tratta di una questione di merito. Le ragazze arrivano al diploma in numero maggiore dei coetanei e con risultati migliori: tra chi conquista la maturità al liceo sono oltre il 60%, contro il 39,5% dei ragazzi. Quando però si tratta di scegliere un percorso, gli indirizzi tecnico-scientifici restano a netta maggioranza maschile.
Il fenomeno ha un nome, segregazione orizzontale, e prosegue fino all’università: tra i 25 e i 34 anni, le donne laureate in discipline STEM sono il 16,8%, contro il 37% degli uomini. Le ricerche concordano sull’origine: stereotipi che si depositano fin dai primi anni di scuola, l’idea diffusa che certe materie e certi mestieri siano cosa da maschi, la scarsità di modelli femminili che incoraggino una direzione diversa. Si decide molto presto, e quasi mai sui voti.
Il paradosso di chi rinuncia al posto migliore
C’è un risvolto che rende la questione ancora più stridente. Gli ITS di meccanica sono tra i percorsi con lo sbocco occupazionale più alto del panorama formativo italiano: il sistema nel suo insieme colloca l’84% dei diplomati entro un anno dal titolo, e la meccanica figura stabilmente tra le aree con gli esiti migliori.
Le ragazze, scegliendo altrove, rinunciano in larga parte proprio agli indirizzi che garantiscono l’impiego più sicuro. E le aziende manifatturiere, dal canto loro, restano tagliate fuori da metà del bacino di talenti proprio mentre faticano a trovare tecnici. È un doppio spreco, di opportunità individuali e di competenze per il sistema produttivo. Per giunta, la fabbrica di oggi, fatta di automazione, controllo qualità e software, ha smesso da tempo di essere una questione di forza fisica: l’ultima giustificazione storica a quella scarsità è caduta da un pezzo.
Quando le donne in fabbrica ci arrivano
Che la fabbrica al femminile sia tutt’altro che un’utopia lo dimostra chi le donne le ha già dentro. A Feletto, nel Canavese, Zeca produce avvolgicavo e attrezzature professionali per officine in un comparto, la metalmeccanica, a forte prevalenza maschile. Eppure dichiara un organico femminile del 28%, e nel 2025 ha certificato la propria parità di genere con la prassi UNI/PdR 125.
È un dato aziendale, non una media di settore, e racconta cosa succede quando le candidate ci sono: vengono assunte e fatte crescere come chiunque altro. Messo accanto al 3,5% delle aule di meccanica, quel 28% misura la distanza tra ciò che la scuola consegna e ciò che una singola impresa può comunque costruire.
Il collo di bottiglia è l’aula, non l’ufficio del personale
Da qui arriva la lezione utile per chiunque si occupi di parità nel lavoro. Un’azienda può impegnarsi ad assumere, può certificare i propri equilibri, può spalancare le porte: se le candidate non escono dai percorsi tecnici, la platea da cui pescare resta quasi vuota.
Il punto in cui si interviene davvero sta più a monte. È l’orientamento alle medie, sono i modelli che si offrono alle ragazze, sono progetti come quelli su cui il PNRR ha stanziato 600 milioni per avvicinare le studentesse alle materie STEM. Finché un’aula di meccanica conterà una ragazza ogni trenta, il riequilibrio nei reparti resterà un traguardo rinviato. La parità in fabbrica, prima che dai contratti, passa dai banchi di scuola.