Nell’immaginario collettivo resta un luogo chiuso, difficilmente accessibile ai visitatori e in cui i pazienti sono costretti a trascorrere da soli gran parte del loro tempo: ma è una “fotografia” ormai superata per la Rianimazione dell’ospedale Cardinal Massaia.
Dallo scorso settembre è infatti stato introdotto un nuovo orario di accesso per i familiari: dalle due ore giornaliere, articolate in altrettanti turni (13,50/14,50 e 18,50/19,50), si è passati a sette consecutive, dalle 13 alle 20. Accanto al paziente possono stare due persone, per le quali è obbligatorio, prima di accedere nella grande sala che accoglie dieci letti – ognuno dei quali diviso da un separé -, lavare le mani e indossare i calzari: accorgimenti semplici, ma importanti per la prevenzione delle infezioni.
La sperimentazione ha dato buoni risultati: l’orario di visita “allungato” si accinge a diventare definitivo. La novità è stata introdotta non solo per venire incontro alle richieste dei parenti, spesso alle prese con una fascia oraria troppo ristretta: dietro all’idea della “Rianimazione aperta”, iniziativa nella quale il Cardinal Massaia è tra i pochi ospedali a distinguersi in Piemonte, c’è molto di più.
“Avere i propri cari vicini e non sentirsi soli in reparto, accanto a persone estranee, stimola maggiormente il paziente alla guarigione – sottolinea il primario di Anestesia e Rianimazione Silvano Cardellino – Per il nostro reparto è un ulteriore passo verso l’umanizzazione delle cure preceduto, in passato, da altri accorgimenti: da circa tre anni, per esempio, consentiamo l’accesso a due familiari, anziché a uno, per ogni malato”.
“In casi particolari, rispetto alle condizioni del paziente – precisa la dottoressa Edda Bosco, responsabile della Rianimazione, che registra circa 500 ricoveri all’anno – autorizziamo i visitatori a fermarsi per tutto il giorno. Nelle diverse fasi dell’evoluzione della malattia, una maggiore presenza aiuta il malato ma anche i familiari, senza dimenticare che migliora il rapporto tra questi ultimi e il medico”.
Nel caso di pazienti posti in “isolamento da contatto”, le misure precauzionali richieste ai familiari aumentano: oltre a lavare le mani e indossare i calzari, bisogna mettere guanti, camice e cappellino. “I visitatori non solo collaborano attivamente, ma si responsabilizzano da soli: chi ha il raffreddore, per esempio, chiede di poter utilizzare la mascherina” spiega la caposala Edna Biase, che ricorda un altro accorgimento adottato nel rispetto della dignità del paziente: “I nostri ricoverati, spesso collegati alle apparecchiature, sono generalmente privi di indumenti, protetti parzialmente dal lenzuolo. Nelle situazioni in cui è possibile, facciamo loro indossare il camice o copriamo le parti scoperte con esso”. Un piccolo, grande gesto che dimostra come dietro all’asetticità di un ambiente altamente tecnologico come la Rianimazione si “muovano” ogni giorno le sensibilità di medici e infermieri.
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