Oscar De Summa è uno fra gli interpreti più interessanti della nuova generazione del teatro italiano. Negli ultimi anni la sua abilità, sia come attore che come regista, ha raccolto importanti riscontri di pubblico e critica.
In questi giorni si trova ad Asti per curare la regia de “La pace”, nuovo spettacolo del Teatro degli Acerbi il cui debutto è fissato per il 20 gennaio al teatro Alfieri. Rilettura di una delle opere più poetiche di Aristofane, si preannuncia come una commedia al contempo fantasiosa e spietata che denuncia politiche criminali e ipocrite.
Formatosi alla scuola di teatro della Limonaia presso il Laboratorio Nove, De Summa si specializza in “Alta formazione per attori” a Polverigi e a Milano. Da subito affianca al lavoro di attore presso diverse compagnie con quello di autore e regista, incluso il “Riccardo III: Selfportrait”, pubblicato dalla Minimun fax nella raccolta “Senza corpo. Voci della nuova scena italiana” a cura di Debora Pietrobono.
Nel 2009 è impegnato nel “Mercante di Venezia” con la regia di Massimiliano Civica, spettacolo che vale il premio Ubu 2009 per la regia e il “premio Vittorio Mezzogiorno” agli attori, e con “Amleto a pranzo e a cena” di cui ha curato regia e drammaturgia per la Fondazione Emilia Romagna Spettacolo.
Come è caduta la scelta su questo testo di Aristofane?
È stata una decisione presa insieme alla compagnia. Io vedo il teatro come una risposta dinamica a una situazione esterna, a una condizione, per far riflettere su quello che ci circonda oggi. Se con le opere di Amleto avevo operato un’analisi del rapporto con il potere, con questo testo considero il tema della pace, e soprattutto rifletto su cosa porta l’uomo a distruggerla. La lotta è parte della condizione umana, ma c’è sia il tipo di lotta positivo che quello negativo. La chiave di lettura comica aiuta molto in questa analisi.
Qual è l’attuale stato di salute del teatro italiano secondo lei?
Pessimo. I finanziamenti sono pochi e vengono indirizzati verso grosse produzioni che magari fanno solo una replica. Però, devo dire, la difficoltà aguzza l’ingegno e quindi è aumentata la creatività, come anche le produzioni indipendenti. La gente ha voglia di teatro, di un contatto diretto con l’arte.
Oltre a “La pace”, a quali altri progetti si sta dedicando?
Sto lavorando a uno spettacolo intitolato “Chiusi gli occhi” che tratta del tema dei giovani e del loro senso di impotenza di fronte al non essere ascoltati dai grandi. Allo stesso tempo sto per affrontare di nuovo Shakespeare, mettendo in cantiere l’Otello con il Teatro Popolare d’Arte, la stessa compagnia con la quale ho avuto tante soddisfazioni con i precedenti lavori shakespeariani.
Alexander Macinante
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