Tre domande a… monsignor Marco Prastaro
“C’erano un vescovo, un antropologo e un piastrellista”. Potrebbe iniziare così, con questa definizione scherzosa del gruppo data da Luca Carando, artigiano di Carmagnola e già incaricato della pastorale familiare della diocesi di Torino, il racconto del recente viaggio del vescovo Marco Prastaro in Papua Nuova Guinea insieme all’antropologo astigiano Francesco Scalfari e allo stesso Carando.
Un viaggio programmato da tempo, che nasceva, come ha spiegato Padre Marco, “dal desiderio di visitare la comunità della Trasfigurazione del Vescovado presente in Papua Nuova Guinea”. Nella comunità infatti, operano due suore italiane e quattro vietnamite: negli anni diverse religiose erano passate dalla diocesi di Asti e c’era il desiderio di conoscere da vicino la loro esperienza e confrontarsi su come stanno impostando il lavoro missionario. I missionari italiani oggi sono pochi, una dozzina. In passato il Paese è stato evangelizzato soprattutto da missionari francesi e tedeschi; durante il periodo coloniale era amministrato dall’Australia. Oggi sono presenti anche missionari filippini.
Dall’Italia si impiegano ventiquattr’ore di aereo, suddivise in tre tratte, per raggiungere la Papua Nuova Guinea, una nazione grande circa una volta e mezza l’Italia, che conta 14 milioni di abitanti, 800 diversi popoli con altrettante lingue differenti, ed è considerata un paradiso naturale, con una vegetazione lussureggiante che richiama studiosi e antropologi.
Il piccolo gruppo ha soggiornato prevalentemente a Bereina, località a circa 170 chilometri dalla capitale Port Moresby, raggiungibile in circa tre ore di auto, per poi spostarsi gli ultimi giorni nella capitale dove ha incontrato il Nunzio Apostolico l’arcivescovo italiano Maurizio Bravi, originario di Bergamo.
Padre Marco, com’è la Chiesa in Papua?
“L’evangelizzazione qui è iniziata alla fine dell’Ottocento. Per molti anni le congregazioni missionarie disponevano di numerosi religiosi: hanno costruito scuole, formato generazioni e sviluppato una presenza capillare. Oggi la diminuzione del personale missionario rende la situazione più difficile. Nella diocesi di Bereina operano quattro sacerdoti; nella capitale è presente un solo sacerdote locale. È stato raccontato il caso di un parroco che, quando operava sui monti, impiegava fino a tre mesi tra l’uscita dalla canonica e il ritorno, visitando le comunità. Molte parrocchie sono prive di parroco e le comunità vengono animate da catechisti, che guidano la catechesi e le celebrazioni domenicali. Molti però sono anziani e manca un ricambio generazionale. Una situazione che presenta alcune analogie con quella europea, pur con numeri e problematiche molto differenti”.
Avete visitato molti villaggi?
“Ogni giorno visitavamo un villaggio diverso. L’accoglienza era sempre accompagnata da danze tradizionali, seguita dalla celebrazione della Messa e da un momento conviviale. Sono state visitate una decina di comunità in tutto, raggiungibili dopo un’ora e mezza di navigazione sul fiume con una barca utilizzata anche come ambulanza, altre tramite lunghe strade sterrate. Le Messe venivano celebrate in inglese. Un luogo di straordinario fascino è stata Yule Island, luogo di arrivo dei primi missionari, dove un tempo esisteva una scuola superiore femminile. Lì si vive questo paradosso per cui le donne che oggi hanno intorno ai 45 anni parlano un inglese fluente grazie a quella formazione, mentre tra i giovani questa conoscenza si è progressivamente persa. A Bereina le religiose gestiscono una piccola scuola che arriva fino alla quinta elementare e seguono una clinica, con ostetricia e assistenza alle gravidanze: durante la nostra permanenza si è presentata una donna che lamentava un forte mal di pancia, dall’ecografia è risultata incinta di due gemelli. Ha promesso che li chiamerà Marco e Luca, in nostro onore”.
Che stile di vita avete trovato?
“Molte popolazioni vivono ancora principalmente di ciò che offre la natura. Foresta, fiumi e mare garantiscono il sostentamento. Si pesca con le reti e si coltivano piccoli orti destinati all’autoconsumo”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 24 luglio 2026
Marianna Natale