Tre domande a… Franco Correggia
Franco Correggia, consulente scientifico e naturalista, da decenni studia la biodiversità e gli equilibri degli ecosistemi, con particolare attenzione alla flora collinare piemontese. Lo abbiamo intervistato sul rapporto tra crisi ambientale, guerra e futuro del pianeta.
Papa Leone XIV invita a trasformare le spade in vomeri. Quanto cambierebbe il mondo se parte delle risorse destinate agli armamenti fosse investita nella tutela dell’ambiente?
“Come persona che da una vita si occupa di conservazione della biodiversità e di equilibri dinamici della biosfera, provo una profonda sensazione di sgomento. La situazione è talmente grave e avanzata che, più che un pacato ragionamento, occorre invertire la rotta subito, oggi stesso. Siamo su un pianeta alle corde: la perdita di biodiversità è impressionante, con un tasso stimato tra le 10.000 e le 50.000 specie perse ogni anno, un ritmo mille volte superiore a quello fisiologico. I cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti: la Co2 in atmosfera è salita dalle 280 parti per milione (ppm) del 1850 alle attuali 450 ppm. Gli oceani sono al collasso, svuotati di pesci e riempiti di plastica. Le attività antropiche dirette hanno desertificato in un secolo una superficie pari a due volte la Cina. La carenza d’acqua, dovuta a inquinamento, sprechi e captazione eccessiva, è drammatica, e la deforestazione tropicale divora ogni anno un’area pari all’Inghilterra. Non c’è un solo indicatore di salute della biosfera che non sia in allarme rosso”.
Se la comunità scientifica è unanime nel riconoscere questo collasso ecologico, perché non viene fatto nulla di concreto dai governi?
“Questo è l’aspetto che sarebbe comico se non fosse tragico. Tra gli scienziati internazionali – biologi, ecologi, climatologi, fisici – c’è un consenso totale, a parte qualche voce fuori dal coro del tutto priva di credito scientifico. Ma non si fa nulla per una ragione semplicissima: il driver fondamentale dell’umanità oggi non è il bene comune, ma l’economia di mercato, di cui la politica è diventata spesso la “ancella sciocca”. L’economia intrinsecamente non ha un fine etico, ma punta al profitto veloce e immediato, proiettato sui tre o sei mesi successivi. Tuttavia, le risorse del pianeta sono finite, regolate da confini ecologici e termodinamici non oltrepassabili, superati i quali il sistema collassa. Noi siamo a un pelo da questo collasso. Con la tecnologia spaventosa che abbiamo oggi – dalle macchine pesanti all’intelligenza artificiale – ci illudiamo di poter fare ciò che vogliamo. Ma i limiti fisici del pianeta sono fatti termodinamici, non opinioni filosofiche o religiose, e li stiamo infrangendo ogni giorno”.
Quanto spendiamo per la guerra e cosa si potrebbe finanziare in alternativa?
“I dati del Sipri di Stoccolma, istituto di assoluto prestigio, indicano che nel mondo spendiamo circa 2.700 miliardi di euro all’anno in armi, logistica e apparati militari. Una cifra mostruosa, che aumenta continuamente. Se questo denaro fosse stornato sul ripristino del pianeta, sulla riforestazione, sulla tutela della biodiversità, sul welfare e sull’assistenza ai più poveri, la situazione delle società umane e della biosfera cambierebbe radicalmente nel giro di ventiquattro ore. Invece, investiamo in missili e arsenali atomici. La guerra – la cosa più ignobile e immonda che si possa concepire – è diventata una nuova frontiera economica in cui tutti decidono di spendere sempre di più. Se continuiamo così, rischiamo di rivelarci un esperimento biologico fallito, un vicolo cieco dell’evoluzione”.
L’intervista completa e altri approfondimenti sul Tempo del Creato sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 4 settembre 2026
Cristiana Luongo