Le operaie della Saclà che fuggivano, urlando, mentre un muro di acqua avanzava veloce alle loro spalle, i binari della ferrovia Asti-Chivasso appesi nell’aria come fili da stendere, gente che si ritrovò con un paio di scarpe bagnate ai piedi e niente altro perché quell’onda di quattro metri che, il 4 settembre 1948, invase la parte Sud della città lasciò senza casa duecento famiglie. “Piazza Campo del Palio era così piena d’acqua che sembrava il mare” ha raccontato ieri, all’Archivio Storico Comunale, Maria Moglia, uno dei numerosi testimoni che hanno portato i loro ricordi alla conversazione sui 65 anni della piena del Borbore proposta nell’ambito di Verdeterra e in collaborazione con i Convegni Maria Cristina. Memorie, serbate nel cuore per più di mezzo secolo, svelate ieri con pudore ed emozione, perché per molti fu un dolore insanabile. “La nonna scese in cortile per cercare di salvare la conserva del giorno prima e morì lì, sorpresa dall’acqua” dice Angela Trinchero, che aveva 7 anni e quella casa popolare di corso Stazione (corso Matteotti) se la ricorda bene. Le vittime furono 15, quattordici ritrovate subito, un disperso sei mesi dopo: ma persero la vita, in un incidente stradale, anche cinque vigili del fuoco di Genova, partiti per portare aiuto. “E poi il cimitero sventrato, con le tombe scoperchiate dalla violenza dell’alluvione” l’immagine cupa ripercorsa da don Angelo Franco. Repentina l’onda, milioni di metri cubi di acqua e fango che cambiarono la vita di quelle 500 persone poi sfollate: ma chi conosceva il Borbore intuì cosa sarebbe potuto accadere. “Qualcuno alla Torretta – sottolinea Barbara Molina, archivista a Palazzo Mazzola – propose di rimuovere, anche con dell’esplosivo, la diga improvvisata che si era formata sotto il ponte della ferrovia, per far saltare quel tappo formato da detriti, sterpaglie, alberi sradicati. Ma nessuno gli diede retta, perché le persone semplici non vengono mai ascoltate”. Ci fu chi, prima che il Borbore rompesse gli argini, mise in salvo il cavallo, bene prezioso per il lavoro in campagna e il trasporto delle merci, costringendolo a salire le scale della cascina fino al primo piano. “Però di questa alluvione si è parlato troppo poco” annota Natalina Franco, che nella drammaticità del suo narrare regala immagini surreali: “Cadde il muro tra la tabaccheria dei miei, a San Rocco, e il negozio di alimentari, e da noi, che perdemmo tutto il denaro e i valori bollati, cominciarono ad arrivare salami e verdure…”. Mentre la Pavona scappava sull’acqua, così vuole la leggenda, a cavalcioni di una botte urlando “Uomini salvatemi!”, in quella parte di città violata (un terzo del concentrico: 42 case completamente distrutte, 70 edifici inagibili, una decina di stabilimenti danneggiati) ci furono atti di eroismo e viltà da sciacalli. Quindicimila le persone che intervennero ai solenni funerali delle vittime, mentre gli operai della Way-Assauto e della Vetreria facevano la colletta per gli sfollati. “Quindici giorni dopo, scendendo dal treno – dice Pier Luigi Lisanti, 6 anni all’epoca – si sentiva ancora l’odore brusco dei sottaceti della Saclà portati via da quell’inferno di acqua: un odore nauseante che avverto ancora adesso”. “Ma due alluvioni, compresa quella del Tanaro nel 1994, non ci hanno insegnato niente se ancora oggi il Borbore è pieno di alberi e pneumatici: possibile che nessuno capisca che va pulito?” la domanda che si leva dal pubblico. E Rosanna Maccario, che le piene le ha patite entrambe, dice: “Bisogna che chi conosce i fiumi passi le informazioni ad altri, non si devono disperdere i saperi”. Quant’è cambiato il Borbore, ormai da tempo incanalato tra muri di calcestruzzo e guardato da nuovi palazzi cresciuti sempre più vicino alle sponde, sottolinea Giancarlo Trafano. Un’urbanizzazione che il pescatore Luciano Montanella (tra i bambini dell’Asilo Anfossi di via Brofferio messi in salvo, nel 1948, su una barca) giudica “spinta” nelle zone di corso Torino e di Santo Spirito. E intanto mette in guardia sul progetto della centrale idroelettrica sul Tanaro: “Non sono contrario all’impianto – dice – ma bisogna risolvere il problema dell’interferenza con la foce del Borbore. Gli astigiani devono poter dire la loro ed essere ascoltati su questo problema”. Il pubblico annuisce. Il territorio ha già pagato per la violenza dei corsi d’acqua: bisognerà metterci una maggiore attenzione per il futuro. Si chiude con un sorriso: “Anche dopo un’alluvione la vita continua – osserva Laura Mengozzi – mia madre, 65 anni fa, vide la desolazione di Campo del Palio vinta dall’acqua. Poi si incamminò verso la Maternità: qualche ora dopo nacque Anna Maria, mia sorella”.
Verdeterra: i testimoni raccontano la piena del Borbore
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