“Cinque Dicembre. Che freddo, stamattina, che grande freddo nell’aria e nell’anima di Carletto Bona e mia mentre attraversiamo il giardino del Maina ed infiliamo il corridoio della sala mortuaria. Ci fermiamo un attimo sulla soglia e poi, timidamente, entriamo nella stanza dove ci sei tu, Domenico Mini Sardi. Carletto, con scatti di dolore si avvicina a te, si china sul tuo viso moromorandoti qualcosa che non riesco a capire, sono rimasto indietro, mi è sembrato giusto lasciarvi soli per alcuni attimi, poi mi sono avvicinato anch’io ed ho visto la maschera della tua vita, il dolore non solo fisico che ha chiuso il quaderno della tua esistenza. Accarezzandoti la fronte ho capito che il tuo è anche un poco il funerale di una parte della mia esistenza e di quella di tutte le persone che ti hanno conosciuto e voluto bene. E’ il funerale di un’epoca. I tuoi ultimi giorni, così chiusi, così scuri, così rudemente sfuggenti ti hanno tenuto fisicamente lontano da tutti quei ragazzi che con te avevano condiviso gli anni del Cocchi, del tuo Cocchi: unico, vero, irripetibile. La tua ritrosia, il tuo “non voglio che si sappia”, il tuo ruvido “Non voglio vedere nessuno” ha fatto sì che molti non abbiano saputo, che ancora non sappiano che il Mini della loro gioventù non c’è più. Siamo in pochi, stamattina: Carletto, Corrado, Mariolino a rappresentare le generazioni di giovani camerieri e banconieri che con te hanno segnato in maniera indelebile gli anni d’oro del Caffè Roma e del Bar Cocchi. Io l’ho saputo solo ieri da Brunetto, hai notato che per i tuoi collaboratori di un tempo uso il diminutivo? Non posso farne a meno, Mini, è stato troppo bello e troppo giovane il tempo passato con loro sotto il tuo sguardo, ascoltando i tuoi ordini, sorridendo o meditando alle tue battute. Dopo Vitale Tirone, il carissimo Vitale che ci ha lasciati da poco, adesso ti ci sei messo anche tu a dare frustate dolorose alla memoria. Mon Dieu, Mini, quanti ricordi, quanti trailers improvvisi del film frenetico di quegli anni. Ti avevo conosciuto al Roma, ci entravo giovanissimo e tu, una volta che ti avevo chiesto un Amaro Cora mi hai guardato storto e mi hai detto “Ma beviti una gazzosa che è meglio”. Non ho bisogno di una fotografia, che pure ho, per “vedere”, schierati dietro al lungo bancone del Roma, Te con De Maria, il Moretto e Beppe Lovisone, con cui codividerai i destini del Cocchi. Eravata la Nazionale dei barman, top players del bancone, una formazione ora impensabile. Poi ti ho frequentato al Cocchi, ero cresciuto e tu hai dimostrato a me ed a quelli che si imbucavano in quell’angolo magico di Piazza Alfieri di essere un grande signore, la sintesi perfetta delle Tre Scimmie, perché tu non “vedevi”, non “sentivi” e non “parlavi”, dando al Cocchi una delle sue caratteristiche più solide, diventate porto sicuro per la clientela, non quella di passaggio, ma quella vera della “gente del Cocchi” che eravamo noi, caleidoscopio di umanità diversissime unite dalla magia che Tu e Beppe eravate riusciti a scatenare la dentro. La tua grandezza, la tua professionalità l’avevi trasmessa ai tuoi ragazzi che sono cresciuti e sono tutt’ora fatti della stessa pasta con cui il Dio del Caffè e dei Bar aveva impastato Te. Se vado a bermi un caffè da Corrado, da Brunetto, da Salvatore, da Maurizio o a cena da Carletto io respiro, sempre, la stessa aria di allora. Che bello, Mini, ascoltare le tue dissertazioni, le tue discussioni con Pietro Baudino o Cecco Bruno, vedere la tua gioia quando entrava, sorridente, il tuo grande amico Giacomo, Giacu, Bologna che arrivava da Rocchetta con già la Monella nel cuore. La tua Rocchetta perché tu sei di Rocchetta Tanaro e te ne sei sempre vantato “Sono Domenico Sardi, d’la Ruchetta”. Avevi gonfiato il petto vedendo entrare un signore che si era presentato con poche parole che ti avevano inorgoglito “Buongiorno, sono Negroni, produttore di salumi e sono venuto ad Asti a vedere il Bar Cocchi per capire come fa a consumare così tante forme di lardo”. I panini al lardo erano una firma del Cocchi, come quelli di burro e acciughe. Oltre all’Americano rosso, l’unico riconosciuto dai cocchiani doc, che veniva consumato in quantità industriali. Se esiste Un Altro Posto, allora tu sei già la o ci arriverai prestissimo, forse ora devi sbrigare qualche formalità burocratica. Ma stai sicuro, carissimo Mini, che nel bar chiamato “L’Altro Cielo” ci saranno tutti i cocchiani che negli anni hanno con te scambiato parole, sguardi, gesti, complicità, perché Tu “non guardavi, non sentivi e non parlavi”. E quando, dopo gli abbracci ed i “non sei cambiato, ti vedo bene” vi siederete tutti la dentro, sparsi tra i tavolini, allora comparirà Vitale a guidare gli altri per servire le consumazioni. Ma Vitale vorrà venire da te, sorriderti e dirti “Sono contento di rivederti: Prego te, caro Mini”. Lo so che è una frase fatta, lo so che sembreranno parole di circostanza ma io te le voglio dire sinceramente, con tutto il cuore “Adesso basta Mini, non soffrire più, adesso riposati. Ciao Mini”. Livio Musso
L’ultimo addio a Domenico Mini Sardi
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