tizianaandinaMolto seguito domenica alla Biblioteca Astense l’incontro con Tiziana Andina, docente di filosofia teoretica all’università di Torino, che nell’ambito delle conversazioni di Passepatout en hiver ha affrontato controversi interrogativi legati alla percezione dell’arte, ai limiti della sua definizione e alla possibilità di riconoscerla. La riflessione ha seguito la falsariga del libro che Andina ha pubblicato nel 2012, Filosofie dell’arte. Da Hegel a Danto (Carocci). Prendendo le mosse dalla difficile situazione in cui si trova il personaggio immaginario Frescoditesta – un Candide dei giorni nostri che viene dichiarato erede universale del patrimonio di uno zio collezionista a patto di dimostrarsi in grado di distinguere l’arte dagli oggetti comuni –  Andina è partita da Platone, passando per Leibniz e Baumgarten per arrivare con Arthur Danto a definire cos’è, oggi, un’opera d’arte. Se la questione infatti era stata analizzata già da Platone, che nel X libro della Repubblica liquidava gli artisti come imitatori delle cose reali (a loro volta imitazioni delle Idee), la considerazione dell’arte come “mimesis” della realtà si consolida in tutta la cultura di Ottocento e Novecento e sale alla ribalta con eclatanti casi giuridici, processi che cambieranno il corso della storia dell’arte. Come quello del 1926, quando l’opera “Bird in space” di Costantin Brancusi arrivò – smontata per il trasporto –  alla dogana statunitense e i pezzi furono bollati dai doganieri come “utensili da cucina”. O come per le “Brillo Boxes” di Andy Warhol, che secondo il parere degli ufficiali canadesi – corroborato dalla perizia del direttore della National Gallery of Canada – erano normali scatole da emporio. E non si tratta certo di questioni ferme al secolo scorso: nel 2010 le opere dell’artista americano Dan Flavin, “Icons”, vengono scambiate per comuni lampadari, persino nell’ambito del contenzioso aperto in sede europea i giudizi si sono rivelati contraddittori. La risposta, secondo Danto, parte proprio dalla considerazione delle teorie platoniche, che vanno però capovolte: se si hanno due oggetti, uno ordinario e un’opera d’arte, di per sé indiscernibili, l’opera d’arte non sarà riconoscibile in virtù delle  sue sole proprietà estetico-percettive. Non bisognerà più, cioè, riflettere unicamente sulle capacità mimetiche dell’arte, ma su ciò che distingue l’oggetto artistico da quello ordinario. “Un’opera di riconcettualizzazione – ha spiegato Andina -, che mostra come l’arte non sia più la copia impoverita della realtà, ma sia necessario tener presente lo spazio che separa la finzione dalla realtà. Pensate di essere in strada e vedere una madre che tenta di uccidere il proprio figlio: naturalmente saresti tutti portati a intervenire perché ciò non avvenga. Ma se questa stessa scena si ripetesse davanti ai vostri occhi a teatro, sul palco su cui viene rappresentata la Medea, alzarvi per fermarla sarebbe folle. In questo spazio si colloca la differenza tra realtà e finzione. E, quando la finzione incorpora dei concetti, dicendoci delle cose che fanno riferimento a un determinato contesto storico-narrativo, allora si può parlare di arte”. Domenica prossima alle 17 l’ultimo appuntamento delle conversazioni astigiane doc alla Biblioteca chiuderà in musica questo ciclo di Passepartout en hiver: l’ensemble di musica medievale “La Ghironda” racconterà come, grazie alla ricerca presso le non numerose fonti disponibili, sia stato messo a punto negli anni un vasto repertorio musicale dal XIII al XVI secolo, in cui sono presenti canti in lingua d’oc e musiche per danza di trovatori come Rambaldo de Vaqueiras, Marcabru, Peire Vidal, Bernard de Ventadorn. Melodie legate a testi liturgici sul mistero della natività di Gesù; canti goliardici dei Carmina Burana; brani per danza e canti attribuiti a pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena. Sarà l’occasione per ascoltare queste antiche melodie, che il gruppo della Ghironda ha riproposto in innumerevoli concerti in Italia e all’estero, in rievocazioni storiche legate al Medioevo e al Rinascimento e anche partecipando a documentari curati da RAI e Mediaset. Particolare cura è stata data all’utilizzo di strumenti musicali, che sono copie fedeli di quelli in uso a quei tempi. Marianna Natale