“Mercoledì 8 aprile si è festeggiato il Romano Dives, ossia la Giornata Internazionale delle popolazioni Rom, Sinti, Kalé, Manouche e Romanichals, in ricordo dell’8 aprile 1971, giorno in cui per la prima volta si riunirono a livello mondiale i rappresentanti delle comunità Rom. Sarà una strana coincidenza, ma in questi giorni la problematica dei rifiuti abusivi ammassati vicino al campo nomadi di via Guerra ha occupato svariate pagine dei giornali locali. Quest’emergenza non è stata ignorata dalla sezione provinciale di Sinistra “cologia e libertà e alcune domande ci sono sorte spontanee: le lamentele che solleviamo sono da attribuire alle caratteristiche di un popolo oppure alla sua mancata integrazione, nella quale noi non ci siamo mai messi in gioco? Quanti astigiani e quante delle ahimè nostre poche fabbriche superstiti non vanno a scaricare i loro rifiuti pericolosi nella fascia di territorio adiacente il campo nomadi? Abbiamo idea delle orripilanti condizioni igieniche in cui essi vivono quotidianamente? Con questi legittimi dubbi siamo andati immediatamente sul posto, cercando di capire le criticità emerse negli anni con spirito oggettivo. Chi ci fa da guida, venendoci incontro sul cavalcavia della ferrovia Asti- Alessandria, è R. un ragazzo alto con gli occhi incisivi di un bambino. È lui che c‘introduce nell’accampamento in cui vive, composto essenzialmente da casupole e attorcigliato su se stesso, fra capannoni industriali, strade ferrate, tangenziali, megacentri commerciali. R. è un ragazzo sveglio come molti della sua età, che non vuole rinunciare a vivere un’esistenza normale, da italiano, perché è nato ad Asti, e da Rom. Strano termine quest’ultimo: Una parola di etimologia indoaria, divenuta col tempo sinonimo di crimine, anche se nella parlata di R., non c’è nulla di criminale o di mafioso. Al contrario, criminalità e bruttezza si accumulano vicino a noi, nelle sembianze di una mole impressionante di rifiuti. All’interno ci sono scorie d’ogni genere e grado di tossicità: oli esausti, batterie, motorini di elettrodomestici, travi da costruzione e altro materiale che potrebbe creare percolato (un composto liquido che può formarsi con l’ infiltrazione delle acque nella massa dei rifiuti circostanti o con la decomposizione degli stessi) dannoso per l’ambiente circostante, come già denunciato in un esposto in Procura depositato ad ottobre. Noi e R. la guardiamo insieme, questa collinetta rozzamente creata, e in silenzio. Vista da sotto sembra un’enorme barriera, quasi come se l’ impossibilità al dialogo tra parti integranti di una comunità, qui si fosse concretizzata. Un comune di tradizione repubblicana qual è il nostro, non ha finora svolto il compito che gli spetta, vale a dire quello di mediare le vertenze fra i suoi cittadini; nondimeno, anche la mancanza di coraggio per proporre risoluzioni alternative e immediate a gravi deturpazioni del nostro paesaggio (che includono non solo via Guerra ma anche grandi porzioni di aree verdi sul lungofiume) è venuta a mancare da parte delle autorità competenti. R Si stringe il naso quando deve descrivere il tanfo che s’alza la sera e parla dell’afa opprimente che viene a crearsi in estate, assieme a tutta quella fauna molesta che un simile ingombro di pattume si porta appresso: ” le condizioni igieniche sono migliorate da poco, ora ci sono dei bagni, una fognatura e da tre mesi hanno anche installato delle fontane – mi dice – ma avendo case minuscole siamo costretti a cucinare fuori, e in comune. I ratti scorazzano ovunque, sono così grandi da trascinare via pure i sacchi neri della monnezza, lasciano i loro escrementi e la loro orina dappertutto, anche su quel che mangiamo” R. mi indica i cagnetti che popolano le stradine di terra battuta per farmi capire quanto sono grandi le carogne di cui anche i bambini parlano e aggiunge “ Non sembra, ma a forza di mangiar così male, moriremo” . E di morti, in questo accampamento, ce ne sono stati già due per leptospirosi. I problemi riguardanti l’igiene e lo smaltimento della spazzatura prodotta dagli occupanti del baraccamento,dunque, permangono, nonostante gli interventi disposti dall’ amministrazione locale: a 166 unità sono stati distribuiti, in tutto, circa 40 cassetti di contenimento dei rifiuti, che vengono smaltiti una volta la settimana dall’Asp. Più frequenti invece i monitoraggi da parte dell’Asl, che avvengono, per quanto sommari, all’incirca due volte la settimana. Passeggiando tra le case (tutte mobili, dato che non hanno ancora ottenuto il permesso di insediamento) ci vengono incontro bambini, cuccioli di cani di piccola taglia e tra uno sterrato e l’altro un albero piantato, un’aiuola curata esprimono l’ esigenza di un ingentilimento del luogo in cui si vive. Sarebbe assurdo credere che la montagna di rifiuti che ci sta alle spalle sia un prodotto degli abitanti. “Alla sera sentiamo un viavai continuo di furgoni e macchine che si fermano qui con i fari spenti” mi spiega il coordinatore eletto dalla comunità il quale, continuando nella sua versione dei fatti, spiega: “l’ ecocentro non è distante, ma per lo smaltimento degli avanzi delle imprese si deve pagare e non tutti sono disposti a farlo, soprattutto oggi. Così, tramite vie d’accesso laterali, che costeggiano la zona del cosiddetto “Isolone” scaricano qui tutto ciò che dovrebbero riversare in un luogo predisposto a ricevere le immondizie. Noi vorremmo risolvere questi problemi, magari esponendoli in una riunione con gli enti di competenza e vorremmo, inoltre, poter fermare i conducenti che vengono a scaricare, mettendo una rete e chiamare i carabinieri quando questi “vandali” si presentano”. Nonostante le bonifiche che dovranno aver luogo per evitare pericolosi focolai di contagio, il problema dell’abusivismo va risolto alla radice e solo l’integrazione vi potrà porre rimedio, come enunciato a Bruxelles, il 9 dicembre dell’anno scorso, quando 28 Stati membri della Ue si sono impegnati ad attuare una serie di raccomandazioni della Commissione europea per accelerare l’integrazione socioeconomica delle comunità Rom. L’Europa, quindi, non sta a guardare ma al contrario, ha messo a disposizione fondi per l’integrazione della popolazione dei Rom; anche l’allora Governo Monti ha fatto sì che da subito l’Italia partecipasse attivamente al programma e oggi molte regioni, tra cui il Piemonte, debbono lavorare affinché i 4 assi di intervento del programma ( Istruzione, Lavoro, Salute ed Abitazione )vengano finalmente attuati. La vicenda di Asti si pone al di fuori di questi obblighi internazionali, regionali, comunitari e nazionali che impongono un rimedio e cercano di ristabilire un’equità di trattamento anche per le popolazioni nomadi, che finora non sono mai entrate a pieno titolo nelle questioni di rilevanza Europea. Civiltà umana e salvaguardia dell’ambiente si costruiscono dapprima fra gli spazi delle nostre comunità”. Gabriele Franco ed Elena Pascali
Franco e Pascali (Sel) in viaggio nel campo nomadi di via Guerra
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