“Lo studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul consumo della carne rossa, letto in maniera distorta, sta creando un falso allarmismo deleterio per i nostri allevamenti”. Pur non nascondendo la sua preoccupazione per le ripercussioni momentanee sul settore, il presidente di Coldiretti Asti, Roberto Cabiale, si dice sicuro che “le preoccupazione lasceranno presto spazio alle certezze e non faranno che rafforzare ulteriormente la produzione locale. E’ una campagna allarmistica del tutto immotivata, soprattutto se si considera che la qualità della carne italiana, dalla stalla allo scaffale, è diversa e migliore e che i cibi sotto accusa come hot dog e bacon non fanno parte della tradizione nostrana”. Contattato ad Expo Milano, al padiglione Coldiretti, il professor Giorgio Calabrese, astigiano e scienziato dell’alimentazione, strabuzza gli occhi e afferma con un vistoso disagio: “L’utilizzo moderato della carne è solo salutista, i problemi insorgono se c’è un abuso, come per ogni altro tipo di alimento. E noi italiani di certo non abusiamo nei consumi di carne. Le statistiche indicano che consumiamo mediamente dai 70 ai 100 grammi di carne (sia rossa che bianca) 2 volte a settimana, più 25 grammi di insaccati a settimana. Siamo sicuramente al di sotto del limite minimo, il problema è degli americani, dei paesi anglosassoni in generale, la cui dieta prevede la carne, il bacon e gli hot dog fin dal mattino. Loro si che hanno un’incidenza doppia nelle casistiche di tumore al colon rettale”. Per altro il problema, in generale, non è sulla qualità della carne, anche perchè ad esempio la nostra razza bovina Piemontese fornisce una carne, in assoluto, con il minor contenuto di grassi. “Infatti – specifica il professor Calabrese che in serata farà queste affermazioni a “Porta a Porta” – di cosa stiamo parlando, caso mai può incidere maggiormente come viene cucinata la carne”. In ogni caso il nostro Paese, grazie al consumo della carne collocato perfettamente all’interno della dieta Mediterranea, ha il primato di longevità, con 84,6 anni per le donne e i 79,8 anni per gli uomini. Le carni Made in Italy sono più sane, perché magre, non trattate con ormoni, a differenza di quelle americane, e ottenute nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione “Doc” che assicurano il benessere e la qualità dell’alimentazione degli animali. E per gli stessi salumi si segue una prassi di lavorazione di tipo naturale a base di sale. “Non dimentichiamo – sottolinea Cabiale – come in Italia, al contrario di altri paesi, i controlli sugli allevamenti vengono disposti dal Ministero della Sanità e non dal Ministero dell’Agricoltura. Siamo il paese con maggiori garanzie sulla salubrità che, fra l’altro, hanno un costo molto elevato per gli allevatori”. Ad ogni buon conto, a rassicurare i consumatori italiani è lo stesso studio dell’Oms quando si afferma chiaramente che “E’ necessario capire quali sono i reali margini di rischio ed entro che dosi e limiti vale la pena di preoccuparsi davvero”. Altrettanto importante è capire esattamente di quali tipi di carne e di quali sistemi di lavorazione si sta realmente parlando quando si punta il dito contro la carne. “Questo ennesimo falso allarme che non riguarda le nostre produzioni conferma – rivela Cabiale – la necessità di accelerare il percorso dell’obbligo di etichettatura d’origine per tutti gli alimenti, a partire dai salumi. E’ questa la vera battaglia che l’Italia deve fare in Europa per garantire la salute dei suoi cittadini e il reddito delle sue imprese”.
Ascom Confcommercio Asti: “Basta allarmismo ingiustificato su carni lavorate, insaccate e rischi cancerogeni”
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