“Oggi sabato 6 febbraio saremo in piazza in buona compagnia. Non vogliamo comporre una agenda dei problemi, che peraltro esiste da tempo e si aggiorna da sola. In ultimo i licenziamenti alla Saclà e il malgoverno del Maina. Vogliamo invece trovare nelle nostre pratiche sociali e nel rapporto con le altre associazioni, gli strumenti per la soluzione di questi problemi. Non sarà facile e non basterà una giornata di mobilitazione, perché i nostri interlocutori istituzionali, da qualche amministrazione in qua, stanno andando nella direzione opposta. Appare evidente che in materia sociale, ambientale e di gestione del territorio, il sindaco e i suoi assessori non si discostano dai diktat e dai vincoli, delle politiche dell’austerità , queste ultime essendo totalmente sovraordinate. Si ha notizia di nuovi parcheggi al centro e di nuove privatizzazioni. I soldi che si spendono, danno modesti risultati. Vale a dire, restano privi di effettivo bilancio sociale, funzionando invece come normalizzatori dell’emergenza, che in questo modo diventa continua e apparentemente sostenibile. Sono dispositivi di questo tipo, l’Agenzia casa, e i cosiddetti Piani di Sviluppo Urbano, quelli realizzati e quelli annunciati. Insomma una sudditanza alla cultura neoliberista. D’altra parte, appare altrettanto evidente che rendere esigibili i diritti della persona, quelli che l’articolo 3 della Costituzione impone di tutelare, nonché rispondere ai bisogni di una dignitosa sopravvivenza, significa sottrarsi a quella sudditanza, rimuovere le cause di una disuguaglianza sempre più incolmabile e farlo con la partecipazione di chi “sta sotto e peggio”, vale a dire la maggioranza della popolazione. Ricordare in questa sede che l’economia di carta, cioè il capitale finanziario globale, è diciassette volte più grande del Pil corrispondente, non è una divagazione colta, serve invece per dare senso a fatti che abbiamo sotto gli occhi e a processi sociali ed economici che si sviluppano da tempo. Per esempio, gli edifici dismessi dall’Asl di cui tanto si parla, che restano ostinatamente invenduti, e che si accompagnano a decine di altri edifici vuoti e a centinaia di alloggi senza inquilini. Non colmano l’attesa che tutto torni come prima, quando per ogni nato venivano costruiti 47 vani abitativi. Sono l’esito di una attività immobiliare prevalentemente orientata al mercato, piuttosto che ai bisogni dei cittadini. Sono l’esito di un mercato dominato dagli istituti finanziari e dunque dalla speculazione, piuttosto che da un potere pubblico rispettoso dei principi costituzionali e del bene comune. Non se ne esce con titoli di credito a rischio, avendo come sottostante gli edifici invenduti o quelli ipotecati rimasti in proprietà delle banche per il fallimento di disinvolte società immobiliari. Oppure costruendo case per ricchi, come di fatto sta avvenendo, con le ristrutturazioni del centro storico o con la conversione del costruito privato in social housing. Non se ne esce mettendo fine all’edilizia residenziale pubblica. Insomma, lasciare al partito del mattone e alla possidenza la gestione del territorio, rispondere ai bisogni abitativi con il contagocce e con azioni di riduzione del danno, sono scelte che mostrano una cieca continuità con il passato. Fare il contrappunto a tutto ciò, criminalizzando la povertà (art. 5 della legge n. 47 del 28 marzo 2014) o processando chi contrasta gli sfratti (qualche giorno fa nel tribunale di Asti, con pene da 4 a 6 mesi), è infine davvero troppo. Ci vogliono invece azioni “a vocazione costituente”, vale a dire azioni che acquistano senso rispetto agli art.3 art. 9 e 42 della Costituzione. Azioni che sono al tempo stesso l’esercizio dei diritti di cittadinanza e la sottrazione alla mercificazione di beni indispensabili per quell’esercizio. Il caso dell’acqua è quello più spesso richiamato e non a caso è controverso. Perché la gestione dell’acqua bene comune è essenzialmente una pratica di democrazia partecipata, agita in questo momento solo in alcuni Comuni. Noi adesso richiamiamo il caso degli edifici di proprietà pubblica occupati da almeno 5 anni da famiglie sfrattate senza alternativa abitativa. Quegli edifici, sottratti all’abbandono, e alla speculazione immobiliare, hanno garantito alle famiglie “occupanti” una dignitosa sopravvivenza. In quegli edifici è stata ricostruita una domicilarità altrimenti negata per ragioni di mercato; vi sono nati dei bambini e gli “occupanti” vi tornano ogni sera, chi dalla scuola, chi dal lavoro o dalla disperata ricerca dello stesso. Vi tornano per ricomporre attorno ad un tavolo gli affetti familiari. In quegli edifici si è sviluppato quel grumo primario di relazioni sociali che non può essere mercificato senza essere distrutto. E’ proprio questa esperienza che ha attribuito a quegli edifici la valenza dei beni comuni. Vale a dire beni non alienabili, che si distinguono dagli altri per la loro funzione sociale, per il rapporto diretto che hanno con l’esercizio dei diritti fondamentali della persona. Oggi sabato 6 febbraio ne facciamo oggetto di una dichiarazione pubblica. L’amministrazione, da noi sollecitata innumerevoli volte, ha avuto sei anni per farla, questa dichiarazione. Ha avuto sei anni per far uscire questa esperienza dal recinto della illegalità , dei processi, del pregiudizio, per coglierne la legittimità , per farne un momento di condivisione anziché di esclusione. Poteva farlo, imponendo comodati d’uso con la requisizione. Invece ha fatto delle promesse, rimaste tali; ha rafforzato quel recinto con atti ostili. Agli sportelli degli enti gli “occupanti” fanno sempre eccezione, per loro si devono sempre inventare nuove procedure. Non ha mai riconosciuto negli occupanti” un soggetto sociale in grado di agire con responsabilità ed autonomia, preferendo coltivare la loro solitudine, il loro ruolo di cittadini privati di status, destinatari inconsapevoli di provvedimenti altrui. Basta, è ora di mettere fine a tutto ciò”. Carlo Sottile, Michele Clemente, Egle Piccinini e Samuele Gullino per il Coordinamento Asti Est
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