Tre domande a… Mario Renosio
Mario Renosio non ha bisogno di grandi presentazioni per la comunità astigiana. Storico dal rigore indiscusso, ha dedicato quarant’anni della sua vita alla ricerca storica contemporanea, guidando dal 1985 al 2023 la direzione scientifica dell’Israt.
Studioso esperto dell’antifascismo e della complessa trama della società contadina, Renosio ha saputo mappare il dolore e la rinascita del nostro territorio attraverso progetti nazionali sulle stragi e sulle deportazioni.
Dal marzo 2025 ha raccolto un’eredità importante: quella di presidente dell’Anpi provinciale di Asti, succedendo a Paolo Monticone. Lo abbiamo intervistato per riflettere su un 25 aprile che richiede di essere liberato dalla retorica per tornare a essere bussola civile.
Lei ha studiato la Resistenza attraverso i documenti e la ricerca. Oggi, però, come presidente dell’Anpi la rappresenta anche sul piano umano e civile. Cosa cambia per lei in questo passaggio?
“Cerco di conservare il rigore scientifico con cui ho sempre svolto il mio lavoro di ricerca storica. Il mio obiettivo è rifuggire ogni retorica e ogni semplificazione: la storia è sempre complessità. Lo è stata durante la lotta di liberazione e lo è, a maggior ragione, nel periodo che stiamo vivendo. Il passaggio non è un abbandono della ricerca ma un modo per dare a quei dati una voce che parli al presente”.
Nell’Astigiano la Resistenza è stata fatta anche di gesti: nascondere, aiutare, condividere. Cosa ci insegnano i contadini di allora sulla libertà?
“Ci insegnano la solidarietà verso chi ha bisogno. I ragazzi sbandati dopo l’8 settembre e i renitenti alla leva hanno potuto sopravvivere ai rastrellamenti nazifascisti solo grazie alla protezione della popolazione. La gente del posto li ha sfamati, nascosti e guidati lungo sentieri che conosceva perfettamente. Fu un rapporto non semplice: la nostra era una campagna povera dove si faticava a mettere insieme il pranzo con la cena, e mantenere decine, poi centinaia di ragazzi alla macchia divenne un problema enorme, che creò anche tensioni. Ma quando la situazione si fece pericolosa la saldatura tra mondo contadino e Resistenza seppe reggere. Fu un legame fondamentale”.
Quando cammina per Asti o per i sentieri delle colline, oltre alla bellezza, vede ancora quella ‘mappa invisibile’ di ferite?
“Certamente. La guerra è passata per le strade e le frazioni più piccole delle nostre colline, lasciando segni indelebili. Molti cippi, a volte semiabbandonati tra i noccioleti o i boschi, ricordano che lì un ragazzo ha perso la vita per la nostra libertà. Questo significa che la ‘Grande Storia’ è passata anche dai nostri paesi. Il Monferrato, l’Astigiano e le Langhe sono stati protagonisti di una conquista di pace che, dopo vent’anni di dittatura, è stata il regalo più grande fatto alle generazioni successive”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 24 aprile 2026
Cristiana Luongo