Banca di Asti, Ingrasci: “La politica, quella vera, non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di stare dentro i processi decisionali”
“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.” Questa affermazione è storicamente associata a Mao Zedong, che fu presidente della Repubblica Popolare Cinese e leader del Partito Comunista Cinese, nonché figura centrale della Cina dal 1949 al 1976, anno della sua morte. In questi giorni la città di Asti sembra essere scossa da grande confusione, e la speranza è che si riesca ad approfittare del momento per compiere, per restare nella citazione maoista, un vero “grande balzo in avanti”. I riferimenti alla Cina e a Mao sono ovviamente voluti, poiché ad alimentare questa “confusione” vi è sicuramente la decisione di Maurizio Rasero di lasciare la presidenza della Provincia per assumere quella della Cassa di Risparmio di Asti. Il possibile candidato sindaco del Partito Democratico, Michele Miravalle, colto – sembrerebbe – alla sprovvista, chiede le dimissioni del sindaco, quando il suo partito non è stato ancora in grado di ottenere, ammesso che siano dovute, quelle del proprio consigliere comunale nominato tra i componenti del nuovo Cda della Cassa. Basterebbe già questa riflessione – la sorpresa (ma è stata davvero tale?) e l’impossibilità di ottenere le dimissioni “in casa propria” – per archiviare la richiesta e riporla nel cassetto, come già accaduto alla proposta dello stesso candidato sindaco su Strada Falletti. A questo punto, però, il tema non può ridursi a una polemica contingente o a uno scambio di accuse. Il nodo vero è un altro, ed è molto più profondo: chi governa davvero queste partite e con quale legittimazione. Perché quando si parla della Cassa di Risparmio di Asti non si sta discutendo di una semplice nomina, ma di un presidio strategico per il territorio, per il credito alle imprese, per il risparmio delle famiglie. In questo quadro, colpisce soprattutto l’assenza di una linea chiara da parte di chi ambisce a guidare la città. Perché limitarsi a chiedere dimissioni, senza incidere realmente sugli equilibri che hanno portato a determinate scelte, rischia di essere un esercizio sterile, più utile a marcare una posizione che a cambiarne gli esiti. La politica, quella vera, non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di stare dentro i processi decisionali. E oggi, su una partita così rilevante, la sensazione è che qualcuno sia rimasto fuori dal tavolo, salvo poi contestarne il risultato. Eppure, proprio in una fase di “grande confusione”, si aprono anche spazi. Spazi per chi ha la capacità di costruire relazioni, di tenere insieme interesse generale e stabilità degli assetti. In altre parole, spazi per chi non si limita a commentare le scelte, ma contribuisce a determinarle. Per questo, più che inseguire polemiche, sarebbe utile aprire una riflessione seria su quale modello di governance si vuole per il futuro: una banca chiusa in logiche autoreferenziali o un’istituzione capace di dialogare davvero con il territorio e le sue esigenze. In tempi di confusione, ambiguità e ridefinizione degli equilibri, la politica dovrebbe ricordare che il giudizio finale non si misura sulla gestione del potere, ma sulla sua direzione. Come ricordava Mao Zedong: “La rivoluzione non è un pranzo di gala.” E, in politica come nella vita pubblica, anche il cambiamento vero non è mai comodo, né indolore. Ma è proprio lì che si misura la differenza tra chi osserva gli eventi e chi prova davvero a determinarli.
Franco Ingrascì, commissario provinciale Udc