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Tre domande a… Marco Aru
TRE DOMANDE A
Stella Palermitani 
8 Maggio 2026

Tre domande a… Marco Aru

Nella prestigiosa cornice della Sala Gianni Basso del Teatro Alfieri, Marco Aru è stato insignito ufficialmente della carica di Maestro del Palio 2026.

Ci apre le porte di casa con quella naturalezza tipica di chi non cerca i riflettori, accogliendoci con il calore che si riserva ai vecchi amici. Tra un caffè caldo e qualche dolce, l’imbarazzo svanisce subito: Marco Aru si mette a nudo, raccontando la sua professione e i suoi interessi. In lui convivono l’energia trascinante di chi ha appena iniziato e la consapevolezza profonda di un maestro che non ha mai smesso di guardare il mondo con stupore.

Come ha cominciato? E come si è evoluta la sua arte?

“Il mio viaggio nel mondo dell’arte è iniziato precocemente: a soli dieci anni vincevo già i primi premi e a dodici rimasi folgorato dal genio di Caravaggio, al quale dedicai la mia prima mostra importante a diciotto anni. Cresciuto in una famiglia dove l’arte era di casa grazie a mio padre, restauratore, ho consolidato la mia formazione tra l’Istituto d’Arte di Asti e l’Accademia Albertina. Negli anni ’90, la vita mi ha portato per amore in Andalusia, ad Almeria, terra che per cinque anni è stata la mia seconda patria. La mia evoluzione stilistica ha attraversato il figurativo per approdare all’astrattismo.  Mi sento un po’ come un demiurgo-equilibrista, un esploratore che naviga tra l’ordine e il caos, scavando nelle profondità della materia per dare forma a ciò che ancora non ne ha. Mi sono anche occupato di arte sacra. Durante il periodo vissuto in Spagna, ho gestito una scuola di restauro ligneo, dedicandomi alla cura delle sculture barocche e dei ritratti mariani. Ad Asti ho decorato il Santuario della Madonna del Portone, realizzando da zero gli affreschi esterni, i mosaici e i dipinti interni. Nella mia carriera ho anche avuto il piacere di dipingere i ritratti di personalità importanti come Papa Giovanni Paolo II e il Cardinale Angelo Sodano”.

Ci parli della realizzazione dei due drappi del Palio 2026.

“I due che ho realizzato costituiscono l’approdo dei miei più recenti studi sulla pittura, configurandosi come una meditata sintesi tra la speculazione sulla spiritualità medievale e una rigorosa ricerca tecnica. Attraverso quest’opera, ho perseguito il deliberato intento di riproporre la pittura nella sua accezione più autentica e profonda, cercando di tradurre sulla superficie un riflesso fedele della totalità degli stati d’animo. La ricerca sottesa ai due lavori — destinati rispettivamente al Vincitore e alla Collegiata — trova la propria coerenza in un apparato tematico che è al contempo tecnico e simbolico. In questo percorso, ho guardato ai sommi maestri del territorio piemontese, primo fra tutti Giacomo Jaquerio, iniziatore del realismo gotico nella nostra regione, non mancando di dialogare idealmente con i pilastri della storia dell’arte universale come Masaccio e Masolino. Desidero dedicare questo Palio alla memoria di mia moglie, il cui spirito continua ad accompagnarmi ogni giorno. Un pensiero colmo di gratitudine va anche ad Antonio Guarene: per me non è stato solo un maestro d’arte, ma una vera guida nel cammino della vita”.

Ci parli del drappo che sarà consegnato al vincitore.

“L’opera è un olio su lino preparato con fondo a gesso che adotta una prospettiva di valore tipica dello stile grottesco dove elementi caratteriali importanti come San Secondo ed il cavallo sono rappresentati con dimensioni maggiori rispetto al contesto per sottolinearne l’importanza. Il colore ricercato punta a creare un particolare senso di festa che accompagna la corsa dalla città di Asti verso il traguardo da raggiungere mentre la paura viene raffigurata attraverso il canapo – serpente che tenta di schiacciare il coraggio. L’opera mostra come il protagonista riesca a bloccare con lo zoccolo che schiaccia il canapo a terra per sconfiggere i propri timori poiché la corsa del Palio rappresenta per l’autore il tentativo di ogni uomo di vincere le proprie paure ed arrivare alla vittoria. ​La figura del Santo presente nel dipinto infonde l’incoraggiamento necessario a superare gli ostacoli e oltre allo stemma e al motto sono stati inseriti i premi proprio perché chi dimostra coraggio deve essere premiato per il suo sforzo. Tutto è lasciato alle spalle del Santo come una grande nebbia che “incipria” la città di Asti, ma dopo questa grande corsa torna finalmente la serenità. Infine i fregi posti vicino al mantello servono a rappresentare il forte legame con il territorio”.

L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 8 maggio 2026

Massimo Allario

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