Tre domande a… Davide Bosso
Per capire meglio da dove venga e cosa sia oggi il mondo dei Cpia, abbiamo fatto alcune domande al dirigente dell’istituto di piazza Leonardo Davide Bosso.
Da dove nasce la realtà del Cpia?
“Per capire davvero cosa rappresenta oggi il Cpia bisogna fare un passo indietro sino agli anni ‘90, quando sono nati i Centri Territoriali Permanenti, pensati per offrire alfabetizzazione e formazione di base agli adulti. Era un’Italia diversa ma già attraversata da cambiamenti sociali importanti. Con la riforma del 2012 questi centri sono diventati Cpia: istituzioni scolastiche statali autonome, il cui personale fa capo al Ministero dell’Istruzione, con un’offerta che va oltre l’istruzione di base”.
Come si è declinata questa evoluzione ad Asti?
“Ad Asti abbiamo una rete complessa e capillare: 15 sedi dislocate tra città e principali centri della provincia, presenza nel carcere, collaborazioni con le scuole superiori. Un sistema che si è adattato, anno dopo anno, alle esigenze di un territorio in movimento. Il Cpia non è una scuola “centrale”, ma una rete. Oggi l’istituto è articolato in cinque sedi principali – Asti, Canelli, Nizza Monferrato, Villafranca d’Asti e la sezione carceraria –, a cui si aggiungono 10 punti di erogazione decentrati nei comuni della provincia.
Qual è il punto di forza dell’istituto?
“Se è vero che l’istruzione è un diritto, lo è a tutte le età. Perciò l’istruzione per adulti non un’appendice del sistema educativo statale, ma uno dei suoi fronti più avanzati e innovativi. È qui che si costruiscono percorsi di alfabetizzazione per chi arriva da altri Paesi, si riprendono gli studi recuperando anni scolastici perduti, si acquisiscono competenze utili per il lavoro.
Gran parte dei nostri studenti sono migranti adulti, uomini e donne che hanno la necessità di imparare l’italiano, non solo per ragioni burocratiche legate al permesso di soggiorno, ma per poter gestire la quotidianità e partecipare alla vita sociale di questo Paese. Tanti altri sono minori stranieri non accompagnati, che altrimenti si disperdono e si perdono nel territorio, facili prede della criminalità. I nostri docenti lavorano quotidianamente sulla riduzione dei divari educativi, dando una chance contro la dispersione scolastica, sullo sviluppo economico locale, formando lavoratori riqualificati che rendono le aziende più competitive, e sull’integrazione e la sicurezza perché chi impara la lingua riesce a trovare un lavoro ed esce dai margini della società”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da giovedì 30 aprile 2026
Elena Fassio