Tre domande a… Francesco Ghia
Sociologo, studioso della famiglia, uomo di fede: Luigi Ghia ha attraversato il suo tempo con uno sguardo lucido e insieme carico di speranza. Scomparso a 86 anni, lascia un’eredità culturale e umana profonda, coltivata anche attraverso l’impegno editoriale nella rivista “Famiglia domani”, edita da Gazzetta d’Asti. In questa conversazione suo figlio Francesco, docente all’Università di Trento, ne ripercorre la figura con parole intime e intense.
Suo padre è stato uno studioso instancabile. Qual era il tema che ha fatto da bussola alla sua intera esistenza?
“Difficile ridurre tutto a un solo tema. Se dovessi scegliere un’immagine direi questa: essere uomini e donne con la schiena dritta. Nonostante la sua colonna vertebrale lo sorreggesse sempre meno col passare degli anni, questa idea restava centrale. Significava mantenere uno sguardo vigile sul presente, senza mai sottrarsi alla realtà, e allo stesso tempo non perdere la tensione verso il futuro. In lui convivevano questi due orizzonti: l’analisi sociologica del presente e una speranza profondamente cristiana, quasi escatologica, in un mondo riconciliato. Credeva fermamente in un regno di pacificazione dove, come dice l’Apocalisse, ogni lacrima sarà asciugata”.
Com’era nella quotidianità? C’è un gesto che lo racconta?
“Senza dubbio il suo svegliarsi molto presto al mattino. Alle 4:30 era già in piedi, come se volesse anticipare l’inizio del giorno per farsi trovare pronto e sveglio all’alba. Questo dettaglio racconta molto del suo modo di stare al mondo: voleva esserci, abitare i momenti e le cose. La sua quotidianità era fatta di gesti semplici e di un’attenzione meticolosa, quasi spicciola, alle esigenze degli altri. Per lui nulla era banale; ogni aspetto della vita meritava di essere valorizzato”.
E come padre?
“Rispondo con il pudore che i sentimenti richiedono, ma posso dire che è stato un papà profondamente partecipe. Presente sul piano affettivo, ma anche su quello culturale. Poiché sia io che mio fratello Guido abbiamo intrapreso studi umanistici in Filosofia e ricerca, il legame con lui era diventato anche un fecondo scambio intellettuale. Amava profondamente leggere ciò che scrivevamo e discuterne con noi. Lunedì scorso, salutandomi prima che tornassi a Trento, già progettava il prossimo convegno di Famiglia domani. E il martedì mattina, poche ore prima di lasciarci, stava ancora dando consigli a Guido per un articolo su Erasmo da Rotterdam”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 24 aprile 2026
Cristiana Luongo