Tre domande a… Beppe Morabito
Il 1° Maggio ad Asti quest’anno segna un passaggio di testimone fondamentale per la Camera del Lavoro. Beppe Morabito, eletto segretario generale a fine febbraio con un ampio consenso del 66,6%, si trova a guidare l’organizzazione in una fase di profonda mutazione del tessuto industriale locale.
Non è solo una questione di numeri, ma di prospettive: la provincia di Asti affronta le incognite legate alla crisi dell’automotive e alla transizione tecnologica, mentre la precarietà erode le certezze di giovani e adulti. In questa conversazione Morabito riflette sul valore della ricorrenza dei lavoratori non come celebrazione formale ma come momento per ripensare la stabilità sociale, la formazione e la presenza capillare del sindacato sul territorio, partendo dalla sua esperienza di “ragazzo di fabbrica” fino alla guida della segreteria provinciale.
Questo è il suo primo 1° Maggio alla guida della Camera del Lavoro di Asti. Qual è il significato profondo che intende dare a questa festa oggi?
“Il significato è, in fondo, lo stesso di ieri, ma con una necessità di riflessione ancora più urgente. Non lo considero un semplice festeggiamento, ma una ricorrenza che ci ricorda quanto il bisogno di lavoro e di sicurezza sia centrale. E quando parlo di sicurezza non mi riferisco solo agli infortuni o alle morti bianche, che restano una piaga, ma alla stabilità stessa della vita delle persone. Oggi il lavoro è sempre più precario, frammentato, incapace di dare garanzie per il futuro. Io sono entrato nel mondo del lavoro a 17 anni con la speranza di costruirmi una famiglia, comprare una casa e vivere serenamente.
Guardando oggi i nostri figli, vedo che quella ‘luce negli occhi’, quella speranza di poter progettare il proprio domani spesso manca, perché mancano le basi minime di stabilità. Dal covid in avanti dobbiamo ripensare tutto il mondo del lavoro, per restituire dignità e certezze a chi è bloccato nella precarietà”.
Analizzando la provincia, quali sono le criticità più urgenti che state monitorando?
“Le difficoltà che vediamo ad Asti riflettono una crisi più ampia. Mi preoccupa molto l’impennata di casse integrazioni registrata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, con molte aziende che faticano e lasciano a casa i lavoratori somministrati.
Il nostro territorio si sta svuotando e la nostra industria è legata a doppio filo all’automotive. Le notizie che arrivano da Stellantis e la deindustrializzazione del Piemonte ci mettono in allarme.
Non parliamo solo di metalmeccanici: qui è coinvolto tutto l’indotto, dalle aziende chimiche ai piccoli artigiani, che lavorano a fianco delle grandi fabbriche. È un sistema che rischia di crollare se non interveniamo”.
Si parla spesso di aziende che cercano figure specializzate senza trovarle. Come può il sindacato aiutare a risolvere questo paradosso?
“Dobbiamo smettere di procedere a compartimenti stagni. Propongo di mettere insieme tutte le parti sociali, incluso il mondo industriale, per fare uno screening serio della nostra provincia. Dobbiamo capire quali siano le reali necessità professionali e formare i giovani, attraverso le scuole che già abbiamo sul territorio.
Vedo esperienze positive nel Canellese, dove alcune aziende hanno creato aule interne per la formazione, ma sarebbe meglio parlarci tutti e programmare interventi comuni.
È una scommessa che va vinta in fretta perché l’ingresso dell’intelligenza artificiale e della robotica farà morire molti vecchi lavori. Dobbiamo metterci al passo con l’evoluzione tecnologica, come dimostrano casi recenti come quello di Connecta, o vedremo i robot sostituire le persone senza che vi sia stata una riconversione delle competenze”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da giovedì 30 aprile 2026
Cristiana Luongo