Tre domande a… don Italo Francalanci
Don Italo Francalanci raccoglierà il testimone di don Luca Solaro sostituendolo nelle parrocchie di Tigliole, Pratomorone, Castellero, Baldichieri, Monale e Cortandone. Non lascia altre parrocchie, perché ha lasciato… il Brasile dopo dodici anni di esperienza Fidei Donum.
Che effetto fa essere catapultato dal Brasile nei paesi dell’astigiano, anche se dopo un anno di riambientamento nella parrocchia del Sacro Cuore?
“In realtà io sono stato nei paesi dal 1997 al 2002. Ero parroco di Cerreto, Mondonio, Pino d’Asti e Albugnano. Poi sono stato inviato in ospedale come cappellano. Me la ricordo come un’esperienza bellissima, in cui si sono creati legami ed amicizie che non sono venute meno. Quando tornavo dal Brasile alcuni di Cerreto si facevano sentire per vederci. Nonostante questo penso che dovrò ricominciare daccapo, anche perché quelli sono paesi che non conosco. Ricomincio però con grande ottimismo e voglia di buttarmi nella nuova avventura”.
Che cosa ti porti dal Brasile che potrebbe essere utile anche da noi?
“Su questo ho un’idea precisa. In Brasile il ruolo dei laici a fianco dei sacerdoti è un dato di fatto. E’ la cosa che mi ha colpito di più quando sono andato là: laici che gestivano le comunità e che erano in sintonia con i sacerdoti. Ma anche molti diaconi. Anch’io ho contribuito ad alimentare questa prassi pastorale, perché ci credo profondamente. D’altronde è del 1997 l’Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, un documento firmato da ben otto tra congregazioni e pontifici consigli, che è una miniera di spunti in tal senso. Al numero 4 si parla anche del ruolo del diacono come figura intermedia tra laico e sa cerdote, la cui vocazione potrebbe essere assolutamente valorizzata e come di fatto lo è in Brasile”.
Sei stato dodici anni di fatto fuori Italia. Che cosa ti ha colpito della chiesa italiana e diocesana al tuo ritorno?
“Rispondo a questa domanda in perfetta continuità con quella precedente. Sono rimasto molto colpito dalla stasi e dall’immobilismo che caratterizza la nostra chiesa. Spero che con il Sinodo italiano qualcosa si muova, ma mi veniva in mente la “morta gora” di Dante, la palude stagnante. Tanta teoria, tanti ragionamenti e poi tutto bloccato, come un meccanismo che non viene oliato. Non vorrei essere troppo tragico, ma tra la vitalità della chiesa brasiliana e il respiro affannoso della chiesa italiana la differenza è appariscente”.