Tre domande a… Stefano Calella
La salute mentale nei luoghi di lavoro è una questione che riguarda la sicurezza, il benessere delle persone e la tenuta economica delle imprese. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno nel mondo si perdono circa 12 miliardi di giornate lavorative a causa di ansia e depressione, con un costo stimato in mille miliardi di dollari in termini di produttività. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro collega inoltre i rischi psicosociali a oltre 840 mila decessi all’anno. In Europa, l’indagine Eu-Osha del 2025 rileva che il 29% dei lavoratori riferisce problemi di salute mentale causati o aggravati dal lavoro, mentre il 44% segnala forti pressioni sui tempi o carichi eccessivi. Ne parliamo con Stefano Calella, presidente del Comitato Consultivo Provinciale dell’Inail di Asti.
Perché è importante occuparsi della salute mentale quando si parla di sicurezza sul lavoro?
“Il problema ha una dimensione importante, non soltanto personale, ma anche economica. Viviamo in contesti caratterizzati da ritmi frenetici, tecnologia e comportamenti che rendono sempre più difficile conciliare la vita privata con quella professionale. A questo si aggiungono le relazioni con colleghi e superiori, che possono diventare una fonte di tensione. Sono fattori che incidono sul benessere delle persone e sui quali è necessario riflettere. Non possiamo considerare il lavoro soltanto in termini di produzione: dobbiamo guardare anche alle condizioni in cui viene svolto”.
Ci sono professioni in cui il peso emotivo può essere particolarmente forte?
“La sanità e i servizi di cura sono settori importanti da questo punto di vista. Chi lavora a contatto con la sofferenza e il dolore affronta carichi impegnativi e può fare fatica a staccarsi emotivamente da quello che vive durante la giornata. Il rischio è portarsi a casa anche quel peso. Un discorso simile può riguardare la scuola: gestire classi numerose, magari in contesti in cui la collaborazione non è ben strutturata, può creare difficoltà. Non vanno trascurati l’industria, con casi di mobbing e conflittualità, e il lavoro domestico, dove la convivenza può esporre a molestie o prevaricazioni”.
Quindi non si tratta soltanto di lavorare troppe ore o di avere mansioni impegnative?
“No, bisogna considerare anche il contesto. I carichi di lavoro sono un aspetto importante, ma contano pure i rapporti tra le persone e il modo in cui si collabora. Quando il clima è difficile e i rapporti non funzionano, la situazione può diventare pesante”.
L’intervista completa e altri approfondimenti sul tema sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 23 ottobre 2026
Cristiana Luongo