Tre domande a… Maurizio Ferrari
Il 31 ottobre 1926 a Bologna il fallito attentato a Benito Mussolini attribuito ad Anteo Zamboni incrina l’immagine di invincibilità del Duce e spinge il regime ad azzerare le ultime libertà, trasformando l’Italia in una dittatura.
Sono passati 100 anni da questa vicenda e Maurizio Ferrari, giornalista, astigiano doc, cresciuto in Gazzetta d’Asti alla corte di Don Vittorio Croce, ha scritto un romanzo intrigante intitolato “Il doppio sparo” (DeriveApprodi, 18 euro) per riportare alla luce questa storia intricata e piena di sfumature noir.
Il libro mette in dubbio la versione ufficiale del gesto isolato, ipotizzando il coinvolgimento di ambienti vicini al potere.
Attraverso l’indagine di un gruppo di studenti tra verbali alterati e testimoni ambigui, emerge una trama di rivalità interne e di paura ai vertici del fascismo. La vicenda segna l’inizio dell’autoritarismo in Italia e di una lunga stagione di complotti e verità nascoste.
Come è nata l’idea di questo libro?
“Sono laureato in Scienze Storiche e sono un grande appassionato: le origini bolognesi di mio padre, mi hanno avvicinato a questa storia che ho voluto riportare alla luce. Non è un saggio ma un romanzo storico, la vicenda tragica, realmente accaduta, si intreccia con personaggi immaginari che cercano di portare alla luce la verità non solo di quell’evento ma di un momento storico che sarà prodromico di una stagione che segnerà la storia del nostro Paese.
La mia fonte principale sono stati i saggi e le ricerche di Brunella Della Casa che si è occupata in maniera molto approfondita della questione”.
Ci racconta in breve la trama?
“Anteo Zamboni, quindicenne, figlio di anarchici, voleva abbattere il tiranno Benito Mussolini che il 31 ottobre si trovava a Bologna per una serie di festeggiamenti. Quell’atmosfera di festa fu interrotta da alcuni spari. Il duce rimase illeso ma Anteo fu riconosciuto come l’autore dell’attentato, fu linciato dalla folla e venne assassinato con diverse coltellate. Il regime cercò di incolpare la famiglia che lo avrebbe istigato a compiere il gesto. Nonostante la versione ufficiale, molte testimonianze emerse nel tempo suggeriscono che le cose andarono diversamente e che gli spari in realtà furono due. Un giovane studente universitario a Bologna, testimone dell’epoca, vide il fatto e notò un altro ragazzo con una pistola in mano in via Indipendenza. Decise così di raccontare tutto all’ ”Assalto”, giornale bolognese del regime, ma gli venne fatto capire di lasciar perdere. Spinto però dalla famiglia del ragazzo, decide di indagare con altri amici, muovendosi tra Cremona, Milano e tornado a Bologna per far emergere la verità”.
Cosa rappresentò questo fatto storico?
“L’episodio segnò una svolta nella gestione del potere da parte dei fascisti.
Furono emanate le cosiddette “Leggi fascistissime” proprio nel 1926 che accelerarono la svolta dittatoriale del regime con un giro di vite e un restringimento di tutte le libertà individuali e collettive”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdìì 16 ottobre 2026
Massimo Allario