Una produzione dalla forte valenza sociale quella del musical teatrale “Valjean” di Fulvio Crivello, Sandro Cuccuini e Fabrizio Rizzolo liberamente ispirato a Les Miserables che andrà in scena venerdì 29 giugno nel Cortile Cotti di Ceres alle 21,30 (replica il 30 giugno e il 1° luglio) nell’ambito di AstiTeatro34. Nato dalla collaborazione tra l’Associazione 9430 con i Provveditorati delle Carceri Italiane e il Ministero della Giustizia, il progetto di “Valjean” ha infatti l’obiettivo dichiarato di mostrare l’importanza dell’autodeterminazione, la centralità del soggetto (come testimonia lo slittamento di senso nella scelta del titolo, dal nome collettivo dell’opera di Hugo a quello proprio del protagonista), anche e soprattutto nel cuore degli istituti penitenziari d’Italia, ai detenuti. Proprio dalla considerazione di questo tentativo di osmosi tra vita carceraria e vita “libera” abbiamo iniziato il nostro discorso con l’attore astigiano Fabrizio Rizzolo. “Dopo la prima nazionale di Asti e il debutto in stagione al San Babila di Milano porteremo il nostro musical nelle carceri, grazie alla collaborazione delle istituzioni che si sono dimostrate molto interessate, al patrocinio del Ministero della Giustizia, anche per sostenere il lavoro dei molti volontari ed educatori, costantemente alla ricerca di sinergie. Tra Piemonte e Lombardia a oggi sono 15 gli istituti nei quali abbiamo programmato la rappresentazione. Il che comporta qualche forzatura della scenografia, che avrebbe necessità di un comune palco di sei metri per otto mentre a volte ci troviamo a recitare in autentici cunicoli. Parlando di interazione tra “fuori” e “dentro” mi piace ricordare l’appuntamento di Pavia, quando reciteremo al pomeriggio per i detenuti mentre alla sera faremo entrare gli spettatori cittadini nel teatro interno al carcere. Qui la direzione ci ha dato questa possibilità, ma non è sempre così”. Come vi ponete rispetto al testo di Hugo? “Ci siamo presi qualche licenza, abbiamo portato alcune variazioni. Quello che più ci interessava era il racconto della possibilità di riscatto. Jean Valjean, un detenuto condannato ai lavori forzati per aver rubato un pane, viene coinvolto in una rissa e in un tentativo di evasione. Nonostante abbia la possibilità di fuggire, Valjean decide invece di aiutare un secondino in pericolo. La commissione disciplinare gli concede la grazia che gli permette di essere finalmente libero. Ma Javert, capo del carcere di Tolone, sostiene che Valjean non sarà mai un uomo libero, perché chi è stato un forzato non si libera mai realmente delle catene e rimane un numero: il prigioniero 9430. L’uomo secondo Javert è segnato: è una pianta che se nasce da un seme malato, tale rimane. E tornerà a delinquere. Da questo momento per Valjean, abbrutito dall’esperienza del carcere, rifiutato da tutti e senza amici, inizia una lotta all’ultimo respiro per sopravvivere e dimostrare di essere ancora un uomo e non un numero”. Un concetto sempre attuale. “La responsabilità delle proprie scelte, la possibilità di poter scalfire il destino, plasmare il karma, smussare il fato: questo è il punto chiave ed essendo un valore legato all’essere umano si può predicare anche ai giorni nostri. Tendiamo tutti ad assegnare un marchio a chi ci sta di fronte, come fa Javert con Valjean etichettandolo come perdente. Noi vogliamo ribadire il concetto che per ogni uomo esiste una possibilità di redenzione e che nessuno è prigioniero per sempre”. Emozionato all’idea di tornare ad Asti Teatro? “Avevo portato in scena nel 2003 la commedia brillante “Si muore una volta sola”, a nove anni di distanza è una sorta di verifica. E poi riconosco il valore del teatro astigiano: gli Acerbi, Aldo De Laude, Alessio Bertoli solo per citare alcuni nomi. Trovo che anche dal punto di vista teatrale questa città abbia molto da dire, come ha fatto per la musica con Paolo Conte e per lo spettacolo e la letteratura con Giorgio Faletti. E AstiTeatro34 mi sembra una rassegna ricca, di ottima qualità”. Marianna Natale
Tre domande a… Fabrizio Rizzolo
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