“Sono padre di famiglia, oggi mi sento un fortunato perché ho un lavoro che mi consente di portare a casa uno stipendio che riesce ancora ad assicurare una vita dignitosa ai miei figli. Mi definisco fortunato perché tanti uguali a me non possono dire altrettanto; pur lavorando, pur avendo la certezza di uno stipendio regolare non riescono a garantire alla famiglia la dignità che gli è dovuta. Perché? Questa è la risposta che ci siamo dati: l’aumento dello stipendio di un dipendente è dettato dalla contrattazione nazionale. Nelle ultime settimane sui giornali abbiamo visto il valzer delle cifre su questo argomento ma tutti hanno concordato che gli aumenti contrattuali sono di molto al di sotto degli aumenti del costo della vita. Il costo della vita è determinato dall’aumento del carico fiscale prodotto dalla combinazione fra progressività dell’imposta ed inflazione. La famiglia italiana, sia quella che vive su lavoro dipendente sia quella che vive su lavoro autonomo, paga un’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), un’imposta sul valore aggiunto (IVA) che grava su tutte le operazioni di acquisto di beni e servizi escluse, naturalmente, quelle fuori campo IVA (es. medicine), un’imposta sui beni e sul patrimonio (IMU, bollo auto, bolli sui conti correnti, ecc.) e paga anche la tassazione delle imprese che grava sul computo del prezzo finale al consumo di un prodotto (es. costo del lavoro, Irap o Ires, IMU, tobin tax, ecc.). Visto l’aumento incessante del costo della vita, per ridare “potere d’acquisto” alle famiglie, i governi passati hanno sempre cercato di correggere i sistemi di tassazione diretta ed indiretta attraverso l’abbassamento della base imponibile (il “guadagno” su cui pagare le tasse) e l’indicizzazione del valore delle detrazioni e delle deduzioni (es. familiari a carico e le spese che recupero dalla dichiarazione dei redditi). Nell’1989, nel 1992, nel 1997, nel 1998 e nel 2001 i governi in carica hanno predisposto leggi ad hoc per evitare di mettere in condizione il cittadino italiano di non potersi permettere di acquistare beni o servizi per se e per i suoi familiari. Ogni manovra legislativa così fatta “restituiva” potere di acquisto alle famiglie che sono il carburante che alimenta il motore dell’economia italiana, prova è che gli anni successivi hanno sempre registrato PIL positivi e aumento dei consumi. Dalla Finanziaria 2001 più nulla si è fatto sull’argomento. Abbiamo passato 12 anni dove gli stipendi dei lavoratori sono cresciuti minimamente mentre di contro beni di largo consumo (luce, acqua, gas, carburante, generi alimentari, ecc.) hanno registrato aumenti proporzionalmente maggiori rispetto al potere d’acquisto del consumatore. Chi dice che l’italiano non acquista più dice un fatto non vero. Se una famiglia non spende vuol dire che risparmia e i suoi risparmi finiscono alle banche in buoni di risparmio, piani di accumulo, conti correnti, ecc. ma le banche stesse smentiscono il fatto. La verità è che il lavoratore si trova ad avere le spese di gestione familiare aumentate in 12 anni di quasi il 50% contro uno stipendio aumentato di un 10%. Questo porta a non avere la possibilità di acquistare vestiti nuovi, di uscire a cena, di portare i figli al cinema, di mangiare carne o pesce a pranzo e cena tutti i giorni, oppure di utilizzare due auto per famiglia. Cose che fino a 10 anni fa erano normali ora vengono catalogate “di lusso” e quindi sacrificabili in nome del budget familiare (leggi: dell’arrivare a fine mese). Ogni giorno si moltiplicano i segnali di questa crisi economica che, in molte regioni del nostro Paese, si sta trasformando in un vero dramma sociale. Di fronte a questa dolorosa emergenza, ci sarebbe bisogno di un governo autorevole, forte nel consenso popolare e, soprattutto, capace di rappresentare l’Italia in sede europea con una voce ascoltata e influente. Le scelte di politica economica per stimolare la crescita del nostro paese si dovrebbero attuare, infatti, a favore della famiglia, perché se si fornisce potere economico all’individuo lui spenderà per la famiglia e spendendo alimenterà le casse delle micro imprese che, a fronte dell’aumento della domanda, avranno bisogno approvvigionarsi alla grande distribuzione, la quale formalizzerà ordini all’industria. Tutto questo produrrà un aumento del lavoro che, come logica conseguenza, produrrà una richiesta di posti di lavoro (manuali ed intellettuali) che verrà soddisfatta attingendo dai disoccupati i quali, a loro volta, avranno uno stipendio “forte” da spendere in favore della loro famiglia. Dalle ultime elezioni è emerso un dato certo: la confusione dell’italiano medio più impegnato forse a capire quale poteva essere il suo “non voto” piuttosto che a capire quali potevano essere quei politici a cui affidare il compito di ridare dignità al suo stipendio. Al governo che verrà si può chiedere una cosa sola, di concentrare tutti gli sforzi su quell’obiettivo primario che si chiama Famiglia, la chiave della ripresa economica italiana”. dr. Giuliano Palotto Dirigente Sindacale U.S.A.E.
Palotto (Usae): “La famiglia motore dell’economia italiana”
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