Quante volte i nostri cari, specie le persone più anziane, ci hanno ripetuto “pensa alla salute”? E’ un vecchio adagio che non perde mai di validità anche se spesso tendiamo a dimenticarlo, così immersi in una vita logorante per i fragili meccanismi che assicurano il corretto funzionamento del nostro organismo. C’è chi, come gli infermieri, del pensare alla salute (o meglio, all’assistenza alla persona con problemi di salute) ha fatto una scienza. Una professione complessa, a tratti impossibile, e non solo per i bisogni a cui ogni giorno deve dare risposta. Lo spettro del ridimensionamento di numerosi reparti del nostro ospedale ha ricordato a tutti la centralità del personale sanitario ed è anche un’occasione per conoscere meglio il loro percorso professionale. Basti pensare che ancora oggi in molti ignorano che chi vuole vestire la divisa bianca deve seguire un percorso di laurea (triennale ed ospitata anche in Asti) e questa è solo una delle tante inesattezze che caratterizzano la delicata professione. L’infermieristica, infatti, è rimasta legata per lunghi secoli alla religione ed è solo alla fine del XIX secolo che, grazie al lavoro svolto da Florence Nightingale, la figura professionale ha assunto una moderna dimensione sociale. In Italia la rappresentanza del comparto infermieristico è delegata al collegio IPASVI; di recente la sede provinciale (sita in Asti, via Pietro Bigatti – www.ipasviasti.it) ha rinnovato il proprio direttivo ed è proprio al neo presidente, Domenico Calì, che abbiamo rivolto alcune domande per comprendere meglio il ruolo svolto dall’IPASVI in ambito sanitario e conoscere il punto di vista sulla recente riforma delle rete ospedaliera piemontese. Calì, innanzitutto complimenti per la sua recente elezione. Ci spieghi meglio la funzione dell’IPASVI e quali obiettivi si prefigge di raggiungere durante il suo mandato Il Collegio IPASVI è l’ente che tutela e rappresenta la professione infermieristica, nell’interesse degli infermieri e dei cittadini. Ogni collegio ha competenza provinciale e fa capo ad una Federazione nazionale. Nei tre anni di mandato, il Direttivo che rappresento ha la priorità di affermare l’identità e la professionalità dell’infermiere, cancellando dall’immaginario collettivo l’immagine dell’”assistente del medico” e sottolineando l’evoluzione di cui negli ultimi vent’anni la figura ha beneficiato. L’infermiere è un professionista laureato, competente, che il cittadino deve conoscere e di cui si deve poter fidare: il Collegio è garante principale di questo meccanismo. Sempre più giovani (e non) si iscrivono al Corso di laurea in Infermieristica nella speranza di trovare un lavoro. Secondo lei è solo un effetto della crisi o il segno di una rivalutazione della professione? Amaramente, ritengo sia colpa della crisi del lavoro poiché la rivalutazione della professione sta avanzando molto, troppo lentamente. Sembra invece che la leggenda del “posto sicuro in Sanità” sia ancora viva. Il mondo del lavoro non ha saputo (o voluto) adeguarsi all’evoluzione della figura. L’infermiere ha acquisito conoscenze e competenze straordinarie, su di lui gravano le responsabilità date da una legislazione aggiornata… ma viene di fatto impiegato in linea a leggi vecchie di cinquant’anni, in palese regime di demansionamento. La realtà operativa non è al passo con lo sviluppo scientifico, etico e tecnologico della professione. Quali sono le caratteristiche che deve avere un buon infermiere per svolgere al meglio il suo lavoro? Innanzitutto sfatiamo un mito: quella dell’infermiere non è una missione ma una professione. La misericordia è un concetto importante nella vita quotidiana ma in ambito professionale diventa deleteria perché compromette un sano rapporto con la persona. Per noi si gioca tutto sul dualismo tra scientificità ed etica. Da una parte l’infermiere deve essere competente e razionale, dall’altra sono priorità assolute l’empatia e la comunicazione con l’utente. Efficienti senza essere meccanici, umani senza scadere nella pietà. È un equilibrio difficile da raggiungere. Con la riforma sanitaria l’ospedale di Asti viene penalizzato o sono stati mantenuti i servizi necessari? Le notizie si succedono velocemente e quelle in nostro possesso non sono diverse da quelle di dominio pubblico. È un momento delicato sia per i professionisti che per gli utenti: una questione da seguire con attenzione ma è ancora presto per sbilanciarsi. A tal proposito il Collegio rimane fermo nel ritenere l’infermiere parte fondamentale del processo di cura, in sinergia con le altre professioni. Spesso la nostra figura viene lasciata da parte quando ci sono da prendere decisioni importanti: faremo in modo che non sia più così, nell’interesse di tutti i cittadini. Manca poco più di un mese al congresso nazionale IPASVI: quali sono le basi del nuovo “patto per l’assistenza” con il cittadino? Chiediamoci “Chi è l’infermiere? Come si inserisce nella complessa rete di servizi offerta dalla sanità (pubblica e privata) italiana?”. È difficile rispondere in modo sintetico. Negli ultimi anni, ad esempio, si è assistito ad un boom della libera professione tra gli under 30 (ossia tra i neolaureati) che, si manifesta, secondo il Censis, con approssimativamente 3 milioni di prestazioni eseguite dai circa 40mila professionisti in tutta Italia. La figura dell’infermiere è in perenne evoluzione e per il cittadino può essere difficile stare al passo coi cambiamenti, tanto quanto lo è per la legislazione e per gli infermieri stessi. Il Patto serve a fare il punto della situazione e a rivedere i rapporti con gli altri attori della sanità per poter continuare, assieme al cittadino e alle istituzioni, il percorso con maggiore chiarezza e consapevolezza. Fabio Ruffinengo
Domenico Calì neo presidente Ipasvi Asti
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