Appagata dal concerto di Lurrie Bell, che si è esibito ieri davanti a 1500 spettatori, la piazza di Astimusica accoglierà stasera, alle 21.30, Al Bano. Sempre tra i big, sabato 16 luglio sarà la volta di Vinicio Capossela. Altra anima del festival, diretto da Massimo Cotto e proposto da Comune e Asp (con il supporto di Banca C.R. Asti, Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, Iren, AEC, Energrid, La Stampa), sarà Renzo Arbore, che si esibirà con l’Orchestra italiana martedì 19. Cantautore, poeta, scrittore e fantasmagorico entertainer, Capossela sarà ad Asti nell’ambito del tour “Polvere” per presentare, in particolare, i brani del suo ultimo album “Canzoni della Cupa”, uscito a maggio ed entrato direttamente al numero 1 della classifica FIMI/GfK. Lo spettacolo è scritto e diretto dallo stesso artista e si inserisce nel solco di quelli precedenti: una produzione di deciso impianto teatrale con una connotazione scenica originale. Quello a cui il pubblico di Astimusica assisterà non sarà un semplice concerto, ma una rappresentazione del mondo rurale e folclorico evocato dalle canzoni del disco. Sul palco con Capossela ci saranno Glauco Zuppiroli (contrabbasso, guitarron), Mirco Mariani (mellotron, batteria, cymbalon), Alessandro “Asso” Stefana (chitarra, banjo), Victor Herrero (chitarra battente, chitarra elettrica, chitarra classica, vihuela), Agostino Cortese “Ago Trans” (cupa cupa, grancassa), Antonio Vizzuso (cupa cupa, tamburi), Enza Pagliara (voci e tamburi), Giovannangelo de Gennaro (voci, viella, aulofoni, tamburi), Sergio Palencia e Angelo Mancini, i “Mariachi Mezcal” (trombe). I biglietti (posto unico in piedi, 25 euro) sono disponibili in prevendita (www.astimusica.info) o sabato 16 sull’area del festival. Il concerto presentato da Vinicio Capossela “Polvere” ci collega alle nostre radici, e le fa affiorare nel mondo contemporaneo. Un mondo di frontiere grandemente aperte per la musica, ma tragicamente chiuse per gli uomini. Il concerto della Polvere evoca la cultura della terra, il senso della festa, il sudore, la fatica, il sole nel pomeriggio, la tavola imbandita, l’aia in cui ballare per lo sposalizio, ma anche i paesi vuoti, i binari abbandonati. Tutto un tipo di umanità che ri-conosciamo per senso di appartenenza. È un concerto in cui faremo alzare la polvere con la dinamite di un gruppo nuovo di zecca. Una formazione radicale, che vede undici musicisti in campo. Un campo scenografato, un campo di grano e di stoppie e avanzi, rottami di cultura della terra. Spezzoni di luminarie, crani di vacca. Tra questo campo affioreranno le bestie nel grano, i demoni meridiani, si solleveranno dalla polvere i canti di lavoro e le rappresaglie cantate, le musiche da aia e da cortile. Il soffio del vento, il grido delle cicale e i versi degli animali notturni. Sarà un buio denso, sommosso dai tamburi cupa-cupa, stracciato dalle trombe dei mariachi, scosso dalle chitarre. Stralci di bassa banda, pifferi di canna, strumenti antichi e un coro di voci. È un concerto radicale che affonda nelle radici della terra e le dissolve in polvere, perché possano spandersi, e dare fastidio agli occhi, in forma di pulviscolo di stelle. Una formazione a coppie, composta da una coppia di trombe mariachi messicane, una coppia di cupa-cupa lucani, una coppia di voci, un coro greco, anzi, grecanico, una di chitarre, una coppia ritmica e strumenti sparsi, pelli, aulofoni, sonagli, mellotron e distorsori. Nella mia trasformazione in cantante folk suonerò chitarre e fisarmonica. Ci saranno fuochi accesi e fuochi da accendere. Qualcosa lo mettiamo noi, altro lo metterà chi verrà al concerto. Il concerto è grandemente imperniato sulle Canzoni della Cupa, la loro parte più adatta all’aria aperta. In questo repertorio si presentano come accappanti da sposalizio, i non invitati più inombranti, i vecchi martiri del Ricreo: il tellurico Santo Vito, il Camminante, il Re della cantina, la Pena dell’anima, il Maragià, il Veglione di Ciccillo ristorante, l’Uomo Vivo, il Camposanto in Marcia. Specie di carte di tarocchi che dal passato indagano il futuro, e lo scoprono pieno di vecchi guai. Pezzi che realizzano la distruzione rituale di quanto abbiamo accumulato, come prezzo della nostra liberazione. Come se ne andrà il pubblico? I concerti si fanno sempre in due, sopra e attorno al palco. A ognuno la musica fa un effetto diverso. A me basterebbe che queste canzoni dessero nuova linfa a quanto già abbiamo e ci ispirassero a difenderlo. A difendere un paesaggio umano e geografico. A sentire che anche il vuoto può essere una risorsa se non lo si vive come abbandono e degrado. Fare caso alla luna, alle lucciole che ancora si accendono nelle notti di giugno, e chiamarle ancora alla maniera paesana: “Bottacatascie”.
La “Polvere” di Vinicio Capossela sul palco di Asti Musica
cultura
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