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Tre domande a… Luigi Bertini
TRE DOMANDE A
Marianna Natale 
30 Giugno 2026

Tre domande a… Luigi Bertini

Il Pinot Nero in Alta Valle Bormida affonda le proprie radici in una storia che intreccia geologia, viticoltura e cultura sabauda. In occasione dell’evento “La Val Bormida dei Savoia: Pinot Nero e Cucina Reale”, in programma il 5 luglio da Colombo a Bubbio, abbiamo approfondito questi temi con l’enologo e relatore FISAR Luigi Bertini, che guiderà i partecipanti in un percorso tra storia, vino, tavola e territorio.

La Val Bormida si attesta come una delle aree vocate al Pinot Nero in Piemonte: quali elementi storici e agronomici rendono credibile questa “primogenitura” rispetto ad altre zone più note della regione?

«La vocazione del Pinot Nero per il terroir della Val Bormida è scritta anzitutto nella sua storia geologica. I suoli sono prevalentemente marnosi, con una presenza di argille smectitiche particolarmente adatte a questo vitigno. A questo si aggiungono un microclima fresco e ventilato e un ambiente boschivo ancora fortunatamente molto esteso, in perfetta simbiosi con una viticoltura che qui non è mai stata intensiva».

Nel racconto che lega il Pinot Nero alla tradizione sabauda e alle corti, c’è una ricostruzione storica documentata?

«Sì. Dopo il 1713, con il conseguimento del titolo regio da parte dei Savoia, arrivano alla corte piemontese numerosi vini francesi, soprattutto di Borgogna. Pur con una qualità ancora lontana da quella attuale, rappresentano il punto di partenza di una modernizzazione generale della vitienologia piemontese. La svolta arriva a partire dal 1850, quando Carlo Gancia, di ritorno dalla sua esperienza in Francia, incoraggia i viticoltori del Canellese e delle zone vicine a piantare barbatelle di Pinot Nero. I primi impianti di una certa dimensione si devono ai Marchesi di Sambuy nel Monregalese e al Marchese Incisa della Rocchetta a Rocchetta Tanaro. Un ruolo fondamentale lo ebbe anche Camillo Benso conte di Cavour, che introdusse il Pinot Nero nella sua tenuta di San Martino. Grazie anche al contributo dell’enologo e commerciante francese Louis Oudart si riuscì finalmente a interpretare pienamente il potenziale di due grandi vitigni: Pinot Nero e Nebbiolo».

Oggi il Pinot Nero in Astigiano e in Alta Langa resta ancora un vitigno di nicchia: quali sono, secondo lei, le condizioni reali perché possa diventare un asse riconoscibile del Piemonte del vino?

«Bisogna partire da come è cambiato il consumo del vino. Fino alla fine degli anni Settanta si consumavano oltre 100 litri pro capite all’anno e il vino era soprattutto un alimento che accompagnava i pasti quotidiani. Oggi i consumi sono scesi drasticamente e il momento del vino si è spostato verso l’aperitivo, soprattutto serale. Anche il mercato è cambiato: oggi si ricercano freschezza, eleganza e gradazioni alcoliche più contenute. In questo contesto l’Alta Langa ha una grande opportunità, perché le bollicine Metodo Classico sono oggi protagoniste di questo nuovo modo di consumare vino. La Valle Bormida astigiana ha tutti i presupposti per accompagnare questa crescita: suoli, microclima, colline ancora ricoperte di boschi incontaminati, aziende emergenti e una tradizione gastronomica che valorizza il territorio. La sfida sarà fare squadra, investire nella comunicazione ed evitare impianti selvaggi dettati dall’entusiasmo del mercato. Alla fine, è sempre meglio che di un prodotto richiesto ne manchi un po’, piuttosto che il contrario».

Camilla Assia Di Selve

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