Carcere di Asti, quest’anno non si è potuta svolgere la “Partita con mamma e papà”. Ma perché?
Lei è rimasta in silenzio. Poi ha chiesto se la cancellazione dipendesse da qualcosa che il padre aveva fatto. Lui ha provato a spiegarle che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva escluso dall’edizione 2026 le persone detenute appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza.
La figlia ha cercato di capire con le proprie categorie e le proprie domande, ma il padre non ha saputo come rispondere, perché tradurre la complessità dei circuiti detentivi e delle decisioni amministrative è quasi impossibile.
È forse questa scena, raccontata da un padre detenuto, più ancora della partita che ad Asti non si è potuta svolgere, a restituire il significato della vicenda.
L’iniziativa si è infatti regolarmente svolta con la possibilità di partecipazione per le sole persone detenute appartenenti al circuito di Media Sicurezza, mentre, per decisione del DAP, ne sono rimaste escluse quelle dei circuiti di Alta Sicurezza. Per molte di queste ultime non è venuta meno soltanto un’attività dal calendario: ci sono figli che hanno perso l’opportunità di trascorrere alcune ore di normalità con il proprio genitore e padri che non hanno trovato le parole per spiegare questa nuova separazione.
Molto più di una partita
L’iniziativa è giunta quest’anno alla decima edizione. Tra gli istituti che, per effetto della decisione del DAP, non hanno potuto partecipare vi è la Casa di Reclusione di Asti, istituto di Alta Sicurezza, dove negli ultimi anni l’esperienza era stata realizzata grazie al lavoro congiunto della Direzione, dell’Area trattamentale, della Polizia Penitenziaria, di Bambinisenzasbarre ETS e del volontariato. Non era un’attività improvvisata, ma il risultato di un percorso preparato nel tempo. Le testimonianze raccolte dopo le precedenti edizioni ne raccontano il valore. Un detenuto aveva scritto che “le famiglie si sono ricomposte e ritrovate” e che la gioia dei bambini aveva “oltrepassato i muri, le sbarre e tutte le barriere che separano il pianeta carcere dal mondo esterno”. Un altro padre raccontava: “In quelle due ore ci siamo dimenticati del posto in cui eravamo”. La partita non eliminava il carcere e non attenuava la responsabilità per il reato commesso. Creava però uno spazio nel quale la pena poteva convivere con la relazione, il controllo con l’affettività, la custodia con la genitorialità.
Lo sguardo dei figli
Non si tratta soltanto di vedere il proprio genitore, ma anche di essere visti da lui. Mostrare una parata, un tiro o una nuova abilità significa mantenere il padre dentro la propria crescita e costruire un ricordo nel quale la sua figura non coincida completamente con la detenzione. Significa poter dire agli amici: “Anch’io ho giocato a calcio con il mio papà”. Perdere questa opportunità significa quindi perdere una rara esperienza di normalità familiare.
Sicurezza, trattamento e individualizzazione
La Costituzione e l’Ordinamento penitenziario delineano un modello nel quale sicurezza e trattamento non sono obiettivi alternativi. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione. L’articolo 15 della legge 26 luglio 1975, n. 354, nel presentare i vari elementi del trattamento dispone che siano agevolati “gli opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. L’articolo 28 aggiunge che “particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie”. Anche la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, sottoscritta dal Ministero della Giustizia, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e da Bambinisenzasbarre, richiama la necessità di preservare il legame affettivo e di considerare le esigenze della relazione genitoriale nelle decisioni che riguardano i figli.
L’Ordinamento prevede, inoltre, che il trattamento sia attuato secondo un criterio di individualizzazione, in rapporto alle condizioni e ai bisogni specifici della persona.
Queste disposizioni non trasformano ogni iniziativa in un diritto automatico, ma indicano i criteri che dovrebbero orientare le valutazioni amministrative. Le diverse attività e il mantenimento delle relazioni familiari non sono aspetti accessori della vita carceraria: sono strumenti attraverso i quali si realizza il trattamento e si dà concretezza al dettato costituzionale.
Occorre inoltre considerare il lavoro della Direzione, dell’Area trattamentale, della Polizia Penitenziaria, delle associazioni e del volontariato, che precede iniziative come la “Partita con mamma e papà”. Questo lavoro non costituisce un semplice elemento organizzativo dell’evento: ne è il presupposto. È proprio attraverso la progettazione, la valutazione delle singole situazioni e la definizione delle modalità organizzative che sicurezza e trattamento vengono concretamente tenuti insieme. Nell’assunzione di decisioni di carattere generale appare quindi importante tenere maggiormente conto delle conoscenze maturate nei singoli istituti, per evitare che, insieme alla mancata realizzazione di un’attività, possa disperdersi un patrimonio di competenze, osservazioni e responsabilità costruito nel tempo.
Alla luce dell’esperienza maturata ad Asti nelle precedenti edizioni, senza che fossero emerse particolari criticità, sarebbe importante comprendere quali nuovi elementi abbiano determinato l’esclusione delle persone detenute appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza e se siano state considerate le specificità delle singole realtà e valutate possibili modalità organizzative alternative.
Chiedere chiarezza non significa negare la legittimità delle valutazioni di sicurezza.
Significa chiedere che, quando una decisione incide su iniziative e percorsi trattamentali consolidati e sulle relazioni tra genitori e figli, le ragioni che la sostengono siano non solo coerenti con il quadro normativo, ma possano anche essere rese conoscibili, e che le eventuali limitazioni risultino necessarie e proporzionate rispetto ai diversi contesti e alle singole situazioni.
Il rischio di uno strabismo istituzionale
Una prevalenza della dimensione custodiale non accompagnata da un adeguato dialogo con quella trattamentale non determina necessariamente una maggiore sicurezza e rischia di favorire un appiattimento dell’esecuzione penale sul controllo dell’immediato, indebolendo la responsabilizzazione, i legami familiari e le prospettive di reinserimento. Allo stesso tempo, nessuna attività trattamentale può essere realizzata prescindendo da adeguate garanzie di sicurezza.
La sfida dell’Amministrazione consiste proprio nel rafforzare il dialogo tra queste due dimensioni. La custodia riguarda soprattutto l’oggi dell’esecuzione penale; il trattamento guarda anche al domani della persona e della collettività. Da questo punto di vista, il trattamento non si contrappone alla sicurezza, ma contribuisce a renderla più profonda e lungimirante.
Difficoltà già emerse
Ad Asti, in particolare, all’inizio del 2026 il DAP non ha rilasciato il nulla osta alla messa in scena degli spettacoli del progetto “Teatro Oltre” destinati agli studenti, con la conseguenza che un lungo lavoro educativo, artistico e organizzativo svolto dalle persone detenute, dagli operatori e dai soggetti esterni coinvolti non ha potuto giungere alla prevista restituzione pubblica, come nelle precedenti occasioni. A seguito di quanto accaduto, avevo richiesto con una lettera aperta al DAP di avviare un confronto con i soggetti che concorrono a dare attuazione alla finalità rieducativa della pena, per approfondire la situazione delle attività trattamentali e il coinvolgimento della comunità esterna negli istituti di Alta Sicurezza. Il DAP aveva fornito una risposta di carattere generale, alla quale era seguita una replica; la richiesta di un confronto strutturato, tuttavia, non risulta, ad oggi, avere avuto seguito.
Non è necessario ricondurre episodi differenti a un’unica volontà restrittiva. Il loro susseguirsi può tuttavia essere letto, sul piano degli effetti, come il possibile segnale di un orientamento più generale nei confronti delle attività rivolte alle persone detenute nei circuiti di Alta Sicurezza. Le decisioni richiamate hanno già avuto, nel corso dell’anno, ricadute rilevanti su iniziative educative, culturali e trattamentali, rendendo opportuno rafforzare il confronto sui criteri di valutazione. È quindi legittimo domandarsi come evitare che scelte di carattere generale possano ridurre la possibilità di tenere adeguatamente conto della conoscenza maturata negli istituti, del lavoro progettuale degli operatori e delle condizioni concrete nelle quali ciascuna attività può essere realizzata.
Rilanciare il confronto
Appare quindi opportuno rilanciare la richiesta, già avanzata in passato, di avviare un confronto strutturato con i soggetti che, a diverso titolo, concorrono a dare attuazione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Il confronto potrebbe concretizzarsi nella convocazione di un tavolo di lavoro che coinvolga il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, le Direzioni degli istituti interessati, la Polizia Penitenziaria, i Garanti territoriali, gli operatori delle aree trattamentali, il volontariato e le diverse realtà che da anni realizzano progetti negli istituti penitenziari.
Non si tratterebbe di un tavolo volto ad affermare che ogni iniziativa debba essere automaticamente autorizzata, ma di uno spazio nel quale mettere a confronto le diverse esperienze, approfondire le criticità emerse e riflettere insieme sui criteri di valutazione, con particolare attenzione alle specificità dei contesti e al lavoro educativo e progettuale svolto nei singoli istituti, nella consapevolezza che il piano custodiale e quello trattamentale costituiscono entrambi dimensioni essenziali. Ascoltare le diverse voci non significa frammentare le responsabilità, ma arricchire il processo decisionale.
La ragazza che ha domandato al padre se avesse fatto qualcosa di sbagliato non conosce i circuiti penitenziari o le articolate procedure del Dipartimento. Conosce soltanto la promessa di una partita e la delusione di non averla potuta giocare. Le istituzioni, invece, conoscono la complessità e sono chiamate a misurarsi con essa, cercando, per quanto possibile, soluzioni capaci di tenere insieme sicurezza, trattamento e tutela delle relazioni familiari.
Una sicurezza che non valorizzi adeguatamente il trattamento rischia, infatti, di ridursi a una mera logica custodiale.
Domenico Massano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Asti