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Carcere di Asti, quest’anno non si è potuta svolgere la “Partita con mamma e papà”. Ma perché?
LETTERE AL DIRETTORE
Stella Palermitani 
5 Agosto 2026

Carcere di Asti, quest’anno non si è potuta svolgere la “Partita con mamma e papà”. Ma perché?

“Papà, hai fatto qualcosa di sbagliato?”La domanda è arrivata durante una telefonata nel giugno scorso. Una ragazza aveva già immaginato la giornata che avrebbe trascorso con il padre nel campo sportivo della Casa di Reclusione di Asti. Aveva programmato di fare il portiere, di correre con lui, di scherzare e ridere insieme, come l’anno precedente. Il padre ha dovuto invece comunicarle che la partita non si sarebbe potuta svolgere.

Lei è rimasta in silenzio. Poi ha chiesto se la cancellazione dipendesse da qualcosa che il padre aveva fatto. Lui ha provato a spiegarle che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva escluso dall’edizione 2026 le persone detenute appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza.

La figlia ha cercato di capire con le proprie categorie e le proprie domande, ma il padre non ha saputo come rispondere, perché tradurre la complessità dei circuiti detentivi e delle decisioni amministrative è quasi impossibile.

È forse questa scena, raccontata da un padre detenuto, più ancora della partita che ad Asti non si è potuta svolgere, a restituire il significato della vicenda.

L’iniziativa si è infatti regolarmente svolta con la possibilità di partecipazione per le sole persone detenute appartenenti al circuito di Media Sicurezza, mentre, per decisione del DAP, ne sono rimaste escluse quelle dei circuiti di Alta Sicurezza. Per molte di queste ultime non è venuta meno soltanto un’attività dal calendario: ci sono figli che hanno perso l’opportunità di trascorrere alcune ore di normalità con il proprio genitore e padri che non hanno trovato le parole per spiegare questa nuova separazione.

Molto più di una partita

La “Partita con mamma e papà”, ideata e promossa da Bambinisenzasbarre ETS e realizzata in collaborazione con il Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), rappresenta un’occasione nella quale gli istituti penitenziari si aprono alle famiglie, trasformandosi, anche solo per qualche ora, in luoghi di incontro, gioco e normalità. Sul campo si gioca, si passeggia e si conversa: gesti comuni fuori dal carcere, ma straordinari in un luogo nel quale gli incontri familiari sono inevitabilmente segnati da controlli, tempi prestabiliti, porte e separazioni. L’associazione definisce l’iniziativa uno spazio nel quale il rapporto tra genitore e figlio può esprimersi attraverso il gioco e la condivisione, restituendo un momento di quotidianità.

L’iniziativa è giunta quest’anno alla decima edizione. Tra gli istituti che, per effetto della decisione del DAP, non hanno potuto partecipare vi è la Casa di Reclusione di Asti, istituto di Alta Sicurezza, dove negli ultimi anni l’esperienza era stata realizzata grazie al lavoro congiunto della Direzione, dell’Area trattamentale, della Polizia Penitenziaria, di Bambinisenzasbarre ETS e del volontariato. Non era un’attività improvvisata, ma il risultato di un percorso preparato nel tempo. Le testimonianze raccolte dopo le precedenti edizioni ne raccontano il valore. Un detenuto aveva scritto che “le famiglie si sono ricomposte e ritrovate” e che la gioia dei bambini aveva “oltrepassato i muri, le sbarre e tutte le barriere che separano il pianeta carcere dal mondo esterno”. Un altro padre raccontava: “In quelle due ore ci siamo dimenticati del posto in cui eravamo”. La partita non eliminava il carcere e non attenuava la responsabilità per il reato commesso. Creava però uno spazio nel quale la pena poteva convivere con la relazione, il controllo con l’affettività, la custodia con la genitorialità.

Lo sguardo dei figli

Dal punto di vista dei figli, la partita non rappresenta soltanto qualche ora in più da trascorrere con il padre. Offre la possibilità di vivere una relazione che non sia interamente definita dal carcere. Durante i colloqui ordinari sono gli spazi, i controlli e i tempi stabiliti dall’istituzione a determinare la forma dell’incontro. Sul campo, invece, i figli possono correre, prendere l’iniziativa, mostrare ciò che hanno imparato e ricevere un incoraggiamento.

Non si tratta soltanto di vedere il proprio genitore, ma anche di essere visti da lui. Mostrare una parata, un tiro o una nuova abilità significa mantenere il padre dentro la propria crescita e costruire un ricordo nel quale la sua figura non coincida completamente con la detenzione. Significa poter dire agli amici: “Anch’io ho giocato a calcio con il mio papà”. Perdere questa opportunità significa quindi perdere una rara esperienza di normalità familiare.

Sicurezza, trattamento e individualizzazione

I circuiti di Alta Sicurezza presentano esigenze specifiche che non possono essere ignorate. Il punto non è sostenere che qualsiasi attività debba essere autorizzata indipendentemente dal circuito, dalla posizione dei partecipanti o dalle condizioni dell’istituto. La questione riguarda il metodo e i criteri con cui queste decisioni vengono assunte, nonché le finalità che devono orientarle.

La Costituzione e l’Ordinamento penitenziario delineano un modello nel quale sicurezza e trattamento non sono obiettivi alternativi. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione. L’articolo 15 della legge 26 luglio 1975, n. 354, nel presentare i vari elementi del trattamento dispone che siano agevolati “gli opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. L’articolo 28 aggiunge che “particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie”. Anche la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, sottoscritta dal Ministero della Giustizia, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e da Bambinisenzasbarre, richiama la necessità di preservare il legame affettivo e di considerare le esigenze della relazione genitoriale nelle decisioni che riguardano i figli.

L’Ordinamento prevede, inoltre, che il trattamento sia attuato secondo un criterio di individualizzazione, in rapporto alle condizioni e ai bisogni specifici della persona.

Queste disposizioni non trasformano ogni iniziativa in un diritto automatico, ma indicano i criteri che dovrebbero orientare le valutazioni amministrative. Le diverse attività e il mantenimento delle relazioni familiari non sono aspetti accessori della vita carceraria: sono strumenti attraverso i quali si realizza il trattamento e si dà concretezza al dettato costituzionale.

Occorre inoltre considerare il lavoro della Direzione, dell’Area trattamentale, della Polizia Penitenziaria, delle associazioni e del volontariato, che precede iniziative come la “Partita con mamma e papà”. Questo lavoro non costituisce un semplice elemento organizzativo dell’evento: ne è il presupposto. È proprio attraverso la progettazione, la valutazione delle singole situazioni e la definizione delle modalità organizzative che sicurezza e trattamento vengono concretamente tenuti insieme. Nell’assunzione di decisioni di carattere generale appare quindi importante tenere maggiormente conto delle conoscenze maturate nei singoli istituti, per evitare che, insieme alla mancata realizzazione di un’attività, possa disperdersi un patrimonio di competenze, osservazioni e responsabilità costruito nel tempo.

Alla luce dell’esperienza maturata ad Asti nelle precedenti edizioni, senza che fossero emerse particolari criticità, sarebbe importante comprendere quali nuovi elementi abbiano determinato l’esclusione delle persone detenute appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza e se siano state considerate le specificità delle singole realtà e valutate possibili modalità organizzative alternative.

Chiedere chiarezza non significa negare la legittimità delle valutazioni di sicurezza.

Significa chiedere che, quando una decisione incide su iniziative e percorsi trattamentali consolidati e sulle relazioni tra genitori e figli, le ragioni che la sostengono siano non solo coerenti con il quadro normativo, ma possano anche essere rese conoscibili, e che le eventuali limitazioni risultino necessarie e proporzionate rispetto ai diversi contesti e alle singole situazioni.

Il rischio di uno strabismo istituzionale

Quando la sicurezza tende ad assumere un peso prevalente nella decisione e il valore trattamentale dell’attività rimane sullo sfondo, può determinarsi quello che si potrebbe definire uno “strabismo istituzionale”: lo sguardo dell’istituzione rischia di mettere perfettamente a fuoco le esigenze custodiali, perdendo però profondità sul versante del trattamento.

Una prevalenza della dimensione custodiale non accompagnata da un adeguato dialogo con quella trattamentale non determina necessariamente una maggiore sicurezza e rischia di favorire un appiattimento dell’esecuzione penale sul controllo dell’immediato, indebolendo la responsabilizzazione, i legami familiari e le prospettive di reinserimento. Allo stesso tempo, nessuna attività trattamentale può essere realizzata prescindendo da adeguate garanzie di sicurezza.

La sfida dell’Amministrazione consiste proprio nel rafforzare il dialogo tra queste due dimensioni. La custodia riguarda soprattutto l’oggi dell’esecuzione penale; il trattamento guarda anche al domani della persona e della collettività. Da questo punto di vista, il trattamento non si contrappone alla sicurezza, ma contribuisce a renderla più profonda e lungimirante.

Difficoltà già emerse

La mancata realizzazione della “Partita con mamma e papà” si inserisce in un contesto nel quale erano già emerse difficoltà nell’autorizzazione di altre attività trattamentali in diversi istituti, tra cui quelli di Saluzzo e Padova, anche in relazione alle disposizioni adottate con la Circolare del 21 ottobre 2025, che aveva accentrato presso la Direzione generale dei detenuti e del trattamento il rilascio dei nulla osta per gli eventi negli istituti con circuiti a gestione dipartimentale. La successiva lettera-circolare del 6 maggio 2026 ha restituito ai Provveditorati regionali la competenza sulle iniziative destinate alle persone detenute appartenenti al circuito di Media Sicurezza, senza prevedere modifiche per quelle rivolte alle persone dei circuiti di Alta Sicurezza.

Ad Asti, in particolare, all’inizio del 2026 il DAP non ha rilasciato il nulla osta alla messa in scena degli spettacoli del progetto “Teatro Oltre” destinati agli studenti, con la conseguenza che un lungo lavoro educativo, artistico e organizzativo svolto dalle persone detenute, dagli operatori e dai soggetti esterni coinvolti non ha potuto giungere alla prevista restituzione pubblica, come nelle precedenti occasioni. A seguito di quanto accaduto, avevo richiesto con una lettera aperta al DAP di avviare un confronto con i soggetti che concorrono a dare attuazione alla finalità rieducativa della pena, per approfondire la situazione delle attività trattamentali e il coinvolgimento della comunità esterna negli istituti di Alta Sicurezza. Il DAP aveva fornito una risposta di carattere generale, alla quale era seguita una replica; la richiesta di un confronto strutturato, tuttavia, non risulta, ad oggi, avere avuto seguito.

Non è necessario ricondurre episodi differenti a un’unica volontà restrittiva. Il loro susseguirsi può tuttavia essere letto, sul piano degli effetti, come il possibile segnale di un orientamento più generale nei confronti delle attività rivolte alle persone detenute nei circuiti di Alta Sicurezza. Le decisioni richiamate hanno già avuto, nel corso dell’anno, ricadute rilevanti su iniziative educative, culturali e trattamentali, rendendo opportuno rafforzare il confronto sui criteri di valutazione. È quindi legittimo domandarsi come evitare che scelte di carattere generale possano ridurre la possibilità di tenere adeguatamente conto della conoscenza maturata negli istituti, del lavoro progettuale degli operatori e delle condizioni concrete nelle quali ciascuna attività può essere realizzata.

Rilanciare il confronto

La partita che nel giugno scorso non si è potuta svolgere riguarda alcune persone detenute dei circuiti di Alta Sicurezza e le loro famiglie, ma pone all’intero sistema penitenziario la questione di come coniugare sicurezza e trattamento senza sacrificare nessuno dei due. Se è importante sollecitare l’Amministrazione penitenziaria a riconsiderare, in vista delle prossime edizioni, l’esclusione dalla “Partita con mamma e papà” delle persone detenute dei circuiti di Alta Sicurezza, ritengo altrettanto importante affrontare la questione più ampia dei criteri che devono guidare la valutazione delle attività trattamentali nei diversi circuiti penitenziari.

Appare quindi opportuno rilanciare la richiesta, già avanzata in passato, di avviare un confronto strutturato con i soggetti che, a diverso titolo, concorrono a dare attuazione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Il confronto potrebbe concretizzarsi nella convocazione di un tavolo di lavoro che coinvolga il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, le Direzioni degli istituti interessati, la Polizia Penitenziaria, i Garanti territoriali, gli operatori delle aree trattamentali, il volontariato e le diverse realtà che da anni realizzano progetti negli istituti penitenziari.

Non si tratterebbe di un tavolo volto ad affermare che ogni iniziativa debba essere automaticamente autorizzata, ma di uno spazio nel quale mettere a confronto le diverse esperienze, approfondire le criticità emerse e riflettere insieme sui criteri di valutazione, con particolare attenzione alle specificità dei contesti e al lavoro educativo e progettuale svolto nei singoli istituti, nella consapevolezza che il piano custodiale e quello trattamentale costituiscono entrambi dimensioni essenziali. Ascoltare le diverse voci non significa frammentare le responsabilità, ma arricchire il processo decisionale.

La ragazza che ha domandato al padre se avesse fatto qualcosa di sbagliato non conosce i circuiti penitenziari o le articolate procedure del Dipartimento. Conosce soltanto la promessa di una partita e la delusione di non averla potuta giocare. Le istituzioni, invece, conoscono la complessità e sono chiamate a misurarsi con essa, cercando, per quanto possibile, soluzioni capaci di tenere insieme sicurezza, trattamento e tutela delle relazioni familiari.

Una sicurezza che non valorizzi adeguatamente il trattamento rischia, infatti, di ridursi a una mera logica custodiale.

In questa prospettiva, rafforzare ulteriormente il dialogo tra la dimensione custodiale e quella educativa, nel quadro della finalità rieducativa della pena indicata dalla Costituzione, può contribuire non soltanto a rispondere alle esigenze di sicurezza, ma anche a favorire un clima più positivo all’interno degli istituti, sostenere i percorsi di responsabilizzazione e di reinserimento, tutelare le relazioni familiari e concorrere a una maggiore sicurezza per la collettività.

Domenico Massano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Asti

 

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CASA DI RECLUSIONE GARANTE DEI DETENUTI GARANTE DELLE PERSONE PRIVATE DELLA LIBERTà PERSONALE PARTITA CON MAMMA E PAPà
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