Asti, chi era San Secondo
Ricerche storiche sul Santo e la sua vita nei codici e nell’Acta Sanctorum
Quattro sono i codici, tutti del ‘400, forse riportanti notizie in precedenza oralmente tramandate, nei quali si sono trovate tracce della vita del Santo. Sono quello detto gallico, quello dal monastero imperiale di San Massimo presso Trevi, della Biblioteca Vaticana e quello risalente al 1474 reperibile in Asti, nell’archivio della Collegiata del Santo, fino alla fine degli anni ’70 del ‘900 e poi non più ritrovato. In quello stesso periodo vennero ad esempio eliminati paramenti considerati non più utilizzabili, arredi sacri, mentre venivano “ritagliate” miniature e capilettere da preziosi codici. Bisogna arrivare al 1600 per trovare citato un San Secondo del II secolo d.C. in un testo frutto di accurate ricerche da parte di Jean Balland, gesuita e agiografo fiammingo, che proseguendo il progetto concepito e avviato da un altro gesuita, Heribert Rosweyde, pubblicò i primi volumi degli “Acta Sanctorum”, lavoro in latino, gradualmente completato nei secoli dai cosiddetti “Bollandisti” fino al 1940 per un totale di ben sessantotto volumi.
La leggenda tramanda che Secondo, vissuto al periodo dell’imperatore Adriano, di nobili origini astigiane, appartenesse alla famiglia dei “Vettii”, la quale avrebbe fondato e dato il nome al villaggio di Vezza d’Alba o dei banchieri Pallio. Soldato di una certa levatura, in quanto poteva mantenersi un cavallo, divenne amico di Saprizio, prefetto delle Alpi Cozie. La svolta della sua vita avvenne con l’incontro di Calogero, comandante delle guardie del prefetto di Brescia, che convertitosi al cristianesimo, fu imprigionato in Asti nella parte bassa della Torre Rossa. Secondo, iniziato al Cristianesimo da Calogero, partì con Saprizio per un viaggio verso Tortona e proprio durante il tragitto, secondo la leggenda, sarebbero accaduti prodigi eccezionali. A Tortona incontrò Marziano, vescovo della città, che lo iniziò sulla via della conversione. Giunto a Milano ebbe la benedizione di Giovita che lo invitò a portare l’eucarestia a Calogero e a Marziano imprigionato nel frattempo e condannato a morte Secondo riuscì ad entrare nelle prigioni e a rimanergli accanto seppellendone il corpo dopo il martirio. Poi, non riuscendo Saprizio a convincerlo a rinunciare al cristianesimo, lo condannò a morte ma, durante la notte precedente il supplizio, Secondo sarebbe stato liberato da un angelo mandato dal cielo e “trasportato” ad Asti, nel carcere dove già si trovava Calogero. Saprizio, scoperta la fuga, tornò ad Asti, mandò Calogero ad Albenga, dove venne martirizzato, mentre Secondo, il 30 marzo 119, venne portato all’esterno delle mura astigiane e decapitato, sepolto nel luogo in cui fu ucciso, dove sarebbe poi sorta la chiesa attestata nell’880 con pergamena di epoca franca.
La teoria del canonico Daquino
E alla sopracitata storia si contrappose nel 1976, alla luce di studi pubblicati sulla rivista di cultura astigiana “Il Platano” dal canonico don Pietro Daquino, la figura leggendaria di un san Secondo longobardo con culto nell’area di dominio di quel popolo. Si trova, infatti, il culto a San Secondo Parmense, a Ludiano nel Canton Ticino, a Venezia e soprattutto a Bobbio, nel monastero benedettino fondato da re Agilulfo e dalla regina Teodolinda. San Secondo d’Asti è certamente per Daquino una figura storicamente individuabile in un vescovo di Asti del VI secolo, che ebbe a battersi per la pacifica convivenza tra gli abitanti di Hasta, scelta come capoluogo del ducato, e i Longobardi, ariani, presente nella “Cronotassi dei Vescovi” non come martire in senso stretto, ma come testimone della fede. Nelle lotte con la Repubblica di Venezia le reliquie di tale Vescovo, trafugate da Asti, finirono alla Serenissima dove tuttora sono presenti.
La datazione voluta da mons. Vittorio Croce
Alla luce di una datazione al carbonio 14 avvenuta presso i laboratori dell’Università di Milano, su di un pezzo d’osso attribuito al Santo e conservato in un reliquiario in argento nella cripta della Collegiata, esame richiesto nel 1995 da mons. Vittorio Croce unitamente al vescovo Ravinale, si è stabilito appartenere ad un individuo di sesso maschile vissuto nel II secolo d.C. Questo rinforzerebbe l’ipotesi di Secondo soldato romano.
Iconografia del Santo e i simboli
Interessante in chiusura, con immagini proiettate, la presentazione del Santo a piedi nel ‘300, a cavallo dalla fine del ‘500, con corazza e vesti spesso di stoffa pregiata, con mantello, con stendardo crociato, che sta a significare appartenenza, legame, fratellanza, con la città “in palmo di mano” ovvero “sei importante per me”, con la spada che “taglia il male, tiene il bene”, spada che tuttavia è medioevale lunga, non è il gladio corto romano. Tiene la palma del martirio indicante non la sconfitta, ma la vittoria, con foglie lanceolate che pungendo sono una sorta di stimolo. Nella Roma antica veniva data a vincitori di battaglie o imprese ed era premio ad esempio per i gladiatori. Può essere anche simbolo della pace e rappresentare la Chiesa: lo stelo è Cristo e le foglie, intorno in modo armonico, sono i cristiani. Fra i pittori che ritraggono il Santo don Prunotto ha citato Gandolfino da Roreto, che lo ritrasse in due pale lignee, una conservata in Cattedrale, e altre rappresentazioni, affreschi o sculture lignee come quella del coro conservato al Museo Diocesano.