Tre domande a… Beppe Passarino
Dall’esperienza del Centro Giovani alle esigenze delle nuove generazioni: Giuseppe Passarino riflette sul disagio giovanile e sulle opportunità che Asti dovrebbe offrire ai ragazzi. Geometra, già assessore alle Politiche Giovanili dal 2002 al 2007, da anni è impegnato nel volontariato, in particolare nella Casa di reclusione di Asti con l’associazione Effatà. A settembre ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Nei giorni scorsi gli studenti sono scesi in piazza. Che cosa raccontano queste iniziative del mondo giovanile? Gli adulti sanno ascoltare i ragazzi?
“Gli adulti dovrebbero ascoltare i ragazzi con le proprie orecchie, non con la propria bocca al posto della loro. Cambiano i tempi, le necessità e la mentalità. Pensiamo al telefonino e ai mezzi multimediali, che spesso gli adulti considerano una condanna, mentre per i giovani sono un mezzo, non un fine. Anche le famiglie sono cambiate: una volta le tradizioni e i modelli familiari erano più consolidati. Non sentirsi giudicati è fondamentale, ma lo è altrettanto sentirsi ascoltati. Bisogna recuperare la distinzione dei ruoli: il genitore deve fare il genitore, non cercare di essere amico del figlio. A scuola e nello sport capita che i genitori contestino insegnanti e allenatori. Occorre invece assumersi la responsabilità di accompagnare i ragazzi, dare loro fiducia e aiutarli a diventare autonomi”.
Durante il suo assessorato alle Politiche giovanili, il Centro Giovani è stato uno dei progetti più significativi. Come nacque quell’esperienza?
“Ad Asti non era mai esistito un assessorato alle Politiche Giovanili. Fu il sindaco di allora, Vittorio Voglino, anche preside, a intuire l’importanza di una responsabilità precisa dell’amministrazione verso i giovani. Fu importante anche il convegno “Non solo parole”, organizzato dalle Acli l’anno precedente, con l’intervento di Domenico Cravero, sacerdote ed educatore, sul valore dell’ascolto. Da lì, anche grazie alla mia esperienza nell’associazionismo e nello scoutismo, nacque l’idea di renderli protagonisti del proprio futuro, dando loro fiducia e la possibilità di gestire direttamente alcune attività”.
Come avete organizzato la gestione e le attività?
“Affidammo le sale musica a un’associazione giovanile e il bar a una realtà giovanile attraverso una cooperativa sociale di tipo B. C’erano anche altri spazi a disposizione di chi voleva incontrarsi e organizzare attività. Inserimmo un educatore nello spazio del bar, una figura che stava con i ragazzi e li accompagnava nelle scelte quotidiane. Non mi scandalizzavo neppure se al mattino capitava di trovare qualcuno che avrebbe dovuto essere a scuola: il nostro compito era fargli capire l’importanza dello studio, non allontanarlo”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 6 novembre 2026
Cristiana Luongo