Resta alta la tensione sugli asili nido. Il consiglio comunale aperto di lunedì non ha certo contribuito ad abbassare i toni, nè a dare una risposta alle preoccupazioni di educatrici e famiglie.
Sullo sfondo resta una riforma degli orari e del servizio, che la giunta Galvagno sta tentando di attuare, con lo scopo di razionalizzare i costi.
La questione sta tutta qui, non certo nella qualità del servizio che è unanimemente considerata di ottimo livello, grazie alla struttura degli asili (orari, cucina interna, offerta quanto più possibile personalizzata) e alla professionalità delle educatrici (per la maggior parte dipendenti comunali).
Una qualità apprezzata prima di tutto dalle famiglie, che sono scese a fianco dei lavoratori, non appena veniva paventata una riorganizzazione del servizio, con l’affidamento di qualche asilo a cooperative esterne e il trasferimento negli altri del personale dipendente dal Comune. Il timore, piuttosto fondato, era il rischio di avere uno stesso servizio con livelli qualitativi diversi, un’eventualità considerata inaccettabile dai genitori.
Nelle scorse settimane è emersa una nuova proposta: la differenziazione degli orari nei sei asili, per impiegare in maniera più efficiente il personale. L’idea, che imporrebbe ai bimbi orari artificiali lontani dal normale ritmo biologico o, in alternativa, per le famiglie pellegrinaggi da un capo all’altro della città, convince poco il comitato dei genitori e le lavoratrici.
Particolarmente denso di contenuti un ordine del giorno dell’Udc (respinto nonostante il voto a favore di tutta l’opposizione), che ha sempre fatto delle politiche famigliari il proprio cavallo di battaglia. Il partito di Davide Arri avanzava proposte ampiamente condivisibili, come il quoziente famigliare, la promozione dei nidi aziendali, una consulta delle politiche famigliari. Proposte di buon senso, come quella del Pd, di evitare ai bimbi cambi di educatrici e compagni di giochi per mantenere lo stesso orario, peccato che la legge della contrapposizione politica ad ogni costo non ne abbia tenuto conto.
Nel consiglio aperto si è assistito a un dialogo tra sordi, da un lato il Comitato amici degli asili e le educatrici, spalleggiati dai consiglieri di opposizione, dall’altro il sindaco Galvagno, che ha snocciolato l’impegno finanziario dell’amministrazione per mantenere il servizio sui livelli attuali.
Una questione di soldi dunque, di risorse che il Comune vede rapidamente evaporare per i tagli ai trasferimenti statali, tagli che con tutta probabilità saranno rafforzati dall’ultima finanziaria: si parla di altri 9 miliardi di euro sottratti agli enti locali nei prossimi due anni.
In questo scenario a farne le spese sono anche i bimbi e le famiglie, che vedono ridursi la già esigua offerta sociale (a pagamento peraltro) a loro dedicata. Un’offerta già largamente insufficiente a soddisfare la domanda, che deve rivolgersi così al privato.
Pure qui però non sono rose e fiori, anche se qualche giorno fa l’Istituto della Consolata ha inaugurato proprio un nuovo asilo nido, realizzato con un grosso sforzo economico per venire incontro alla crescente domanda della comunità astigiana. I contributi pubblici alla scuola privata, nonostante tutti i proclami del Governo a favore della parità d‘istruzione, non sono certo aumentati in questi anni, anzi sono stati progressivamente tagliati. La naturale conseguenza è l’aumento delle rette, per evitare la chiusura. E a farne le spese sono alla fine le famiglie, alla faccia del principio di sussidiarietà, troppo spesso proclamato a parole e puntualmente disatteso nei fatti.
E dire che, citando una felice definizione del Vescovo, sono proprio i bambini la vera ricchezza di una comunità. Una ricchezza su cui magari non sarebbe il caso di risparmiare, dirottando i tagli a capitoli magari più appariscenti ma certo meno fondamentali per il nostro futuro.
Massimiliano Bianco
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