“Mi è difficile trovare parole di mediazione per rappresentare quello che penso in materia di Sanità astigiana: a mio parere slegare un ospedale dal suo territorio potrebbe significare determinare un grave depauperamento della rete sanitaria locale. E, con tutto il rispetto per la Regione che sta cercando di ottimizzare risorse e strutture sanitarie in Piemonte, mi chiedo se la strada intrapresa in ambito astigiano sia la più corretta. Le indiscrezioni filtrate, non so in quale forma visto che si parla di una bozza consegnata alla Commissione regionale e non ancora deliberata dalla Giunta Cota, e riprese dai giornali, parlano di una Asl di Asti staccata dagli ospedali, sia il Massaja che quello costruendo della Valle Belbo, i quali sarebbero dipendenti da Alessandria. Chiedo ancora: ci sono le garanzie sufficienti affinché questi ospedali conservino identità e capacità decisionale? Le prime notizie indicano il Massaja e il Valle Belbo inseriti in una rete ospedaliera, addirittura si parla di “cluster” – occhio ai termini: “cluster” sono chiamate anche le micidiali bombe a grappolo -, ovvero un insieme di strutture omogenee. Resta, però, da analizzare quali ripercussioni avrà questa riorganizzazione, se verrà realizzata nei modi indicati dalle indiscrezioni di stampa. In questo senso mi domando quanto l’Astigiano acquisterà da questa riorganizzazione in termini di peso politico, amministrativo e di strutture sanitario-ospedaliere. Penso al pronto soccorso e all’ospedale di Canelli, chiusi e smantellati; all’ospedale della Valle Belbo, in quel di regione Boidi a Nizza Monferrato, che per ora è un cantiere; al centro di riabilitazione di Canelli che era, e doveva continuare ad essere, il fiore all’occhiello dell’Asl e invece è confinato in sedi provvisorie. E penso al punto nascite di Nizza Monferrato, chiuso, che funzionava benissimo. Insomma come ho avuto modo di dire qualche settimana fa la situazione è desolante, per questo mi aspetto che il piano regionale porti elementi di speranza per un territorio che se li aspetta. Vorrei, quindi, trovare spunti di ottimismo per evitare, una volta per tutte, che i pazienti astigiani si affidino sempre di più, specialmente per la diagnostica e le terapie riabilitative, a centri, pubblici o privati, fuori dall’Astigiano o, peggio, fuori dal Piemonte, alimentando quella che è stata chiamata “mobilità passiva”, ma che in realtà si traduce in perdite secche, sia in termini di utenti che in termini di utilizzo, per le strutture locali. Sono sicuro che la Regione sia consapevole di tutto questo e che opererà al meglio per ovviare alla situazione. Tuttavia, l’ho detto più volte e lo ripeto, l’Astigiano per contare di più deve presentarsi unito davanti agli enti che discutono il futuro della sanità locale. In caso contrario il rischio è la mancata tutela del patrimonio ospedaliero e sanitario della provincia astigiana, la spersonalizzazione dei servizi, lo scollamento tra strutture, territorio e pazienti, e l’esodo di questi ultimi verso aree più servite ed efficienti. Anche in questo caso, come per altri servizi “alla persona”, il ricorso alla concertazione deve essere un imperativo imprescindibile”. Roberto Marmo
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