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Perché la cessione della partecipazione in Banca di Asti è un atto di responsabilità
Stella Palermitani 
27 Novembre 2025

Perché la cessione della partecipazione in Banca di Asti è un atto di responsabilità

La discussione sulla possibile cessione delle quote della Fondazione CR Asti in Banca di Asti sta generando molte interpretazioni fuorvianti e semplificazioni che rischiano di distorcere la realtà dei fatti: le ultime dichiarazioni evocano scenari apocalittici di perdita di controllo, licenziamenti e smantellamento del ruolo territoriale della banca, ma non tengono conto né del quadro normativo attuale né della situazione reale della nostra conferitaria.

Prima di tutto, la cessione delle partecipazioni non è un atto discrezionale, è un obbligo derivante dal Protocollo Acri-Mef, che impone alle fondazioni bancarie di ridurre concentrazioni eccessive, diversificare il patrimonio e non mantenere posizioni di controllo nelle banche conferitarie.

In secondo luogo, dipingere l’eventuale ingresso di un partner industriale forte come una minaccia all’identità del territorio significa non guardare al contesto attuale. Il mercato bancario vive una delle sue fasi di trasformazione più radicali, caratterizzata da massicci investimenti tecnologici, rafforzamenti patrimoniali e consolidamenti. Una banca di medie dimensioni come Banca di Asti non può più competere da sola con i costi dell’innovazione, della digitalizzazione dei servizi, delle nuove normative europee e le richieste dei clienti, che ormai si aspettano servizi avanzati e immediati.

Sostenere poi che un’aggregazione equivalga automaticamente a chiusure, licenziamenti o perdita di autonomia, è la classica retorica costruita per incutere timore, non per rappresentare la verità: ogni operazione avviene sotto la vigilanza delle autorità competenti e con accordi sindacali che impediscono licenziamenti unilaterali, prevedendo solo, al limite, uscite volontarie e investimenti nella riqualificazione.

Il vero nodo della questione non è quindi il rischio di perdere valore entrando in un gruppo più grande, ma il fatto che oggi Banca di Asti, proprio perché rimasta isolata, fatica a generare valore. Negli ultimi anni il rendimento medio del dividendo distribuito alla Fondazione e a tutti gli azionisti è stato nettamente più basso rispetto a realtà analoghe per dimensione e collocazione territoriale. Una redditività così ridotta limita le attività filantropiche della Fondazione, riducendo proprio quella capacità di supportare il territorio che molti, a parole, dicono di voler difendere. Prima di preoccuparsi di un eventuale partner che “farebbe utili sul territorio”, bisognerebbe interrogarsi sul perché quegli utili oggi non si riescano a generare in misura sufficiente.

E allora vale la pena chiedersi che cosa significhi davvero “banca del territorio”. È forse una banca che deve preservare equilibri interni, assetti consolidati o rendite di posizione?
Quando si confonde l’identità locale con la governance, il rischio è che l’argomento “territorio” diventi un paravento per difendere ruoli e privilegi più che per sostenere realmente la comunità. Un fraintendimento ancora più evidente se si considera che molte delle persone che oggi invocano la tutela del territorio sono le stesse che, da anni, ricoprono incarichi in enti che beneficiano del sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti.

Roberto Migliasso

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