Tre domande a… Sergio Attisani
Un filo invisibile, fatto di pigmenti e ricordi d’infanzia, lega Sergio Attisani alla sua Asti. Non è solo la storia di un artista di fama internazionale, capace di conquistare New York e Parigi; è la storia di un “ritorno a casa”. Nato in Calabria nel 1959 e giunto ad Asti a soli sei mesi, Attisani ha vissuto sulla propria pelle quello che definisce scherzosamente, ma con un velo di malinconia, un “trauma”: l’allontanamento forzato dalla sua città ideale quando il padre fu trasferito a Torino. Ma le radici, si sa, sanno aspettare. Oggi Attisani vive a Buttigliera, e dopo cinquant’anni di successi è l’uomo scelto per dare un volto ai sogni dei Musici e degli Sbandieratori del 2026.
Dopo aver ricevuto premi a Bruxelles e New York, che emozione prova oggi nel firmare i drappi per la sua Asti?
“Dico subito una cosa che potrebbe sembrare scontata o banale, ma la verità è che ne sono profondamente onorato. Non ci sono altre parole. Sono felicissimo di questo incarico, perché prima ancora di amare il Palio e le sue tradizioni, io amo Asti in modo viscerale, quasi patologico. Quando ero bambino, mio padre dovette trasferirsi a Torino per lavoro e per me fu un trauma perché Asti era e resta il luogo dei sogni. Oggi essere Maestro del Palio degli Sbandieratori non è solo un riconoscimento professionale, è un risarcimento emotivo”.
La sua carriera ebbe un inizio folgorante: a soli 9 anni vinse un concorso della Walt Disney. Cosa direbbe oggi a quel bambino?
“Gli direi che ha fatto bene a perseverare, a credere in quella matita che non voleva mai posare. Io volevo fare questo fin da piccolissimo. Già a quattro o cinque anni usavo le pareti di casa come una grande lavagna. Mia madre si ‘disperava’ ma mio padre, che vedeva in quei tratti qualcosa di speciale, mi assecondava: passava il bianco sui muri per rinfrescarli e io ricominciavo da capo. Ho sempre sentito il bisogno di far uscire quello che avevo in testa. Quel bambino che sognava sulle pagine di Topolino è lo stesso sognatore che oggi si emoziona davanti a una tela bianca, cercando di catturare la luce dei nostri vigneti”.
Il suo legame con il Palio nasce in un momento storico preciso: la ripresa della corsa nel 1967. Che ricordi ha di quell’edizione?
“Avevo otto anni. Mi ricordo che con una ‘banda’ di amici riuscimmo a infilarci in piazza Campo del Palio approfittando della confusione, senza pagare il biglietto. Fu un’esplosione di colori che mi rimase incollata agli occhi. I fantini, le bandiere che sventolavano, le dame tutte bellissime… un vero trionfo cromatico. Dopo sessant’anni mi sembra ancora di rivivere quel momento. Quando ho iniziato a preparare i bozzetti per il Paliotto, sono tornate a galla proprio quelle sensazioni: ho voluto rimettere su tela quell’emozione pura e indelebile che mi ha spinto a non smettere mai di disegnare”.
L’intervista completa sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 8 maggio 2026
Cristiana Luongo