Tre domande a… don Giancarlo D’Ugo
Esistono sguardi capaci di attraversare il tempo e cambiare il corso di una vita, anche se incrociati una sola volta. Don Giancarlo D’Ugo, oggi parroco ai Santi Cosma e Damiano di San Damiano, custodisce nel cuore un’immagine indelebile: quella di un prete incontrato in Sicilia pochi mesi prima che il piombo mafioso cercasse di metterne a tacere la voce. Quella voce però continua a risuonare con forza, e il 12 maggio (alle 20.45), la Collegiata di San Secondo ad Asti si farà cassa di risonanza per la serata “Semi di Giustizia”. L’evento, promosso dal coordinamento provinciale di Libera in sinergia con la Diocesi, la Pastorale Giovanile e altre realtà associative, non sarà una semplice commemorazione, ma un incontro dove fede e impegno civico si intrecceranno attorno alla figura di Padre Pino Puglisi (3P), e dove don Giancarlo offrirà alla venerazione dei fedeli una preziosa reliquia del martire di Brancaccio. Abbiamo dialogato con lui per farci raccontare la forza di un esempio che, da Palermo ad Asti, non smette di generare speranza.
Ha incrociato padre Puglisi solo una volta da bambino ad Altavilla Milicia. Eppure quel volto non l’ha più abbandonata. Perché?
“Servii messa per lui pochi mesi prima che venisse ucciso. Ero piccolo, non potevo sapere chi fosse davvero quel sacerdote che veniva ‘da fuori’, eppure la sua presenza emanava qualcosa di speciale. Anni dopo, approfondendo i suoi scritti e la sua storia, ho capito che quel fugace incontro era un seme. Oggi cerco di vivere il mio sacerdozio ispirandomi a lui, perché condividiamo la stessa terra e la stessa vocazione al servizio dei più giovani”.
La serata vedrà la partecipazione di Porcaro e Martinez. Qual è il valore di avere ad Asti testimoni che hanno vissuto la “lotta” quotidiana a Brancaccio?
“Oggi i giovani non hanno bisogno di discorsi, ma di testimoni. Gregorio Porcaro è stato il suo diacono e poi viceparroco, Pino Martinez ha collaborato con padre Puglisi per risollevare le sorti del quartiere di via Hazon, subendo anche lui attentati mafiosi. Sentire dalla loro voce cosa significasse stare davanti alla mafia dicendo ‘io voglio vivere libero’ ha un peso immenso. La sinergia tra la Chiesa e associazioni come Libera è fondamentale: perseguiamo gli stessi obiettivi di legalità e giustizia sociale”.
Cosa ci insegna oggi il metodo educativo così empatico di padre Puglisi?
“Lui non usava tecniche straordinarie, ma l’ascolto. Chiamava i ragazzi per nome, scherzava con loro, si metteva alla pari. Questo creava un’empatia che gli permetteva, poi, di affrontare temi profondi. Non c’era il distacco tra professore e studente, ma un rapporto di amicizia sincera. Era questo a renderlo pericoloso per la mafia: rendeva i giovani liberi di pensare”.
L’intervista completa e altri approfondimenti sul numero della Gazzetta d’Asti in edicola da venerdì 8 maggio 2026
> Cristiana Luongo