Testimonianze dal campo Caritas-Pastorale Giovanile
“Dopo l’esperienza vissuta a Roma, se penso alla frase “Lo avete fatto a me” , mi viene in mente come la carità non richieda necessariamente gesti straordinari o mezzi materiali, ma si nasconda dietro dettagli più semplici. Uno sguardo attento, un sorriso sincero o un ascolto interessato non costano nulla e possono restituire dignità a chi si sente invisibile”. Carolina
“Questo campo mi ha insegnato a vedere l’aspetto più invisibile della povertà. Infatti, per noi è più facile notare le persone vestite male, ma in realtà esistono anche altri tipi di povertà: per esempio, una persona può essere vestita bene ma fare fatica ad arrivare a fine mese. Consiglio a tutti un’esperienza del genere, perché cambia la prospettiva con cui si guarda il mondo”. Anna
“La partecipazione a questo campo mi ha permesso di toccare con mano alcuni scenari silenziosi e nascosti di Roma, dove si annidano innumerevoli storie di povertà e disagio. Ho provato emozioni forti, a volte scomode, e penso che proprio questi sentimenti intensi abbiano contribuito a suscitare in me riflessioni profonde su quanta sofferenza ci sia intorno a noi e su quanto sia prezioso il servizio. Aiutare il prossimo dà l’occasione di vivere una vera e propria esperienza di amore fraterno, di entrare in relazione con gli altri e con noi stessi, sperimentando in prima persona ciò che il Vangelo ci insegna.” Andrea
“Anche per me si è trattato della prima esperienza di servizio, e sono grata che ci sia stata. Non solo perché mi ha permesso di conoscere e scoprire ‘sul campo’ la realtà delle strutture assistenziali — di cui ero quasi del tutto ignara —, ma anche di incontrare le persone che la rendono possibile e le storie difficili che le abitano ogni giorno, lontano dai nostri sguardi. Ci ha permesso di incontrare dei volti: silenzi, resistenze, ma anche delicatezze di cui noi stessi non ci crederemmo capaci nelle stesse situazioni; come quando, inaspettatamente, senti qualcuno fermarsi e dirti: «Grazie ragazzi del lavoro che fate, perché anche se non si vede, tutto il lavoro è importante». E allora, chi guarda chi? Noi siamo andati pensando di dover offrire un servizio — e tra i nostri compiti c’era anche quello di riuscire a vedere, a stare e, in un certo qual modo, a riconoscere chi ci stava davanti — e abbiamo invece ricevuto noi riconoscimento. Ora posso dire di aver toccato con mano che, senza di questo, non c’è riscatto per alcuna esistenza. Proviamo a ripartire dal riconoscere l’insostituibile esistenza altrui.” Sabrina
In quest’esperienza mi ha colpito il modo in cui ogni servizio veniva svolto con cura e attenzione: non si trattava semplicemente di distribuire un pasto o dei vestiti, ma di farlo rispettando la dignità di chi li riceveva. Quello che mi porto a casa è soprattutto un modo diverso di guardare le persone. Quelle che abbiamo incontrato sono le stesse che spesso vediamo di fretta in stazione o per strada, ma che quasi sempre restano sullo sfondo delle nostre giornate. In quest’esperienza, invece, abbiamo avuto l’occasione di fermarci e ascoltare le loro storie, riconoscendo in loro il volto di Cristo che nel Vangelo si identifica con chi è affamato, nudo e straniero. Sara P.
“Questa esperienza mi ha permesso di conoscere le storie di persone che incontriamo frequentemente lungo il nostro cammino, ma a cui, molto spesso, non prestiamo attenzione. Ho notato quanto la povertà sia variegata e come spesso quella materiale sia persino minore rispetto alla solitudine, alla mancanza di affetto e alla privazione di relazioni sociali. Mi porto a casa gli sguardi dei volontari che ogni giorno si impegnano nel servizio e di tutte le persone che hanno deciso di raccontarci la loro esperienza di vita, permettendomi di ampliare la mia visione del mondo”. Silvia B.