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Tre domande a… Marco Prastaro
TRE DOMANDE A
Stella Palermitani 
13 Settembre 2026

Tre domande a… Marco Prastaro

La Chiesa italiana torna a interrogarsi sul futuro delle aree interne, territori segnati da fattori quali lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, le fragilità economiche e sociali e dalla progressiva riduzione dei servizi.  Un percorso avviato nel 2021 che ora entra in una nuova fase, con la costituzione di un gruppo ristretto incaricato di preparare il prossimo convegno nazionale. Da alcuni giorni ne fa parte anche monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, insieme a monsignor Felice Accrocca (Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno) e monsignor Benoni Ambarus (Matera-Irsina e Tricarico). La scelta maturata a Benevento porta dunque anche il Piemonte dentro un confronto che riguarda una parte significativa del Paese e che interroga direttamente il futuro delle comunità collinari, montane e rurali. Alla vigilia del nuovo incarico, abbiamo riflettuto insieme a monsignor Prastaro su quale ruolo possa avere la Chiesa davanti a territori che rischiano di perdere abitanti, servizi e prospettive, e soprattutto come trasformare l’attenzione alle aree interne in azioni concrete.

Padre Marco, cosa significa per lei essere stato chiamato a far parte del gruppo che preparerà il prossimo convegno nazionale sulle aree interne? E quale contributo pensa possa portare l’esperienza maturata, un’esperienza missionaria, ma non ultima proprio quella ad Asti e in Piemonte?

“Ho iniziato a partecipare a questo gruppo circa cinque anni fa, subito dopo il covid. Ero stato invitato dal vescovo di Benevento e, da allora, ho partecipato a un incontro all’anno, generalmente di due giorni, alla fine di agosto. Mi interessava molto la riflessione pastorale sulle comunità che vivono in territori più isolati, una realtà che conosco anche attraverso alcune zone del Nord Astigiano, dove lo spopolamento rende sempre più difficile immaginare un futuro economico e sociale. La domanda che ci siamo posti in questi anni è stata: come possiamo essere presenti in queste comunità? Come possiamo mantenere viva la Chiesa in territori che rischiano di “morire”? E questo anche considerando che la definizione di “aree interne” non coincide necessariamente con le realtà che incontriamo nelle nostre diocesi. La definizione utilizzata dal Governo, infatti, tiene conto soprattutto della distanza dai servizi essenziali, come ospedali, pronto soccorso e scuole. Nella diocesi di Asti non abbiamo molti territori che rientrino perfettamente in questa classificazione, ma abbiamo certamente zone più isolate e fragili, nelle quali la popolazione diminuisce e diventa sempre più difficile garantire una presenza pastorale. È stato, quindi, molto importante confrontarmi con altri vescovi che affrontano lo stesso problema in contesti molto diversi. Come trattiamo queste comunità isolate? Come facciamo quando non ci sono più sacerdoti da mandare? Come manteniamo viva la Chiesa? È nato così un gruppo spontaneo, fondato prima di tutto sulla fraternità, sull’amicizia e sulla conoscenza reciproca. È proprio questa dimensione umana a fare da cornice e a rendere possibile il confronto: ascoltare come gli altri affrontano problemi simili, anche in territori completamente differenti, talvolta arrivando a raccontarsi esperienze molto concrete, come le difficoltà nel raggiungere alcune comunità attraverso strade sterrate. Bisogna tenere conto che l’Italia è molto diversificata anche nella distribuzione dei comuni sul territorio. In tutto il Paese sono poco meno di 8000, in Piemonte ce ne sono circa 1200, in Toscana 800, mentre in Lombardia sono molti meno, appena un centinaio: cambia completamente la densità e cambia quindi anche il modo di affrontare la presenza istituzionale e pastorale”.

Qual è dunque il ruolo della Chiesa, dove arretrano le istituzioni?

“Il discorso sulle aree interne, soprattutto nel Sud, è nato anche dalla creazione del dialogo con le amministrazioni pubbliche, che si interrogano sul futuro di questi territori e spesso non hanno risposte semplici. In particolare, in Campania, il percorso dei vescovi si è intrecciato con quello delle amministrazioni locali. Prima degli incontri dei vescovi della Metropolia di Benevento è stato fatto un cammino di confronto anche con gli amministratori. Come gruppo ci siamo quindi dati una struttura interna, proprio per capire come far arrivare queste riflessioni e queste esperienze a un livello più ampio. Anche la Cei segue questo tema attraverso realtà come Caritas, Pastorale Sociale e del Lavoro e Migrantes. La riflessione dei vescovi può così strutturarsi e arrivare nei luoghi in cui lo Stato ragiona e prende decisioni, portando un elemento in più: la voce di chi vive quotidianamente questi territori e ne conosce concretamente le difficoltà”.

A Benevento è emersa la necessità di non pensare più l’azione pastorale separatamente dalle dinamiche economiche, sociali e culturali dei territori. Che cosa significa concretamente questo cambio di prospettiva per una diocesi?

“Ci stiamo riflettendo. La prima certezza è che la Chiesa deve rimanere in questi territori. Ma rimanere non significa necessariamente avere un prete. Significa avere una comunità cristiana, famiglie e persone che si riconoscono in quella comunità. Significa anche uscire da una visione clericale: la Chiesa c’è se ci sono i cristiani battezzati, non soltanto se c’è un sacerdote. Per questo, nelle nostre comunità, attraverso i consigli pastorali e i parroci, cerchiamo di condividere anche le problematiche concrete con gli amministratori pubblici. Penso, per esempio, a zone come Montemarzo e Azzano, dove a un certo punto non c’erano più negozi di alimentari. La comunità si è mobilitata e una volta alla settimana sono arrivate le bancarelle del mercato, che di fatto hanno svolto anche la funzione di piccolo negozio alimentare. È un esempio di una comunità cristiana che compie un’azione sociale e incide concretamente sulla vita delle persone. È uno stimolo che sto cercando di mettere anche nelle mie linee pastorali: siamo convinti che la fede abbia qualcosa da dire a livello mondiale, ma anche a livello locale. Può avere a che fare con questioni apparentemente molto concrete, come gli orari dei pullman o la fibra ottica. Spesso vediamo un modello nel quale i servizi arrivano prima nelle città, poi nelle periferie e infine si fermano. Dovremmo chiederci se non debba avvenire il contrario: la città deve essere capace di far arrivare i servizi fino in fondo, fino alle comunità più lontane, o proprio partire da esse. E le comunità cristiane, nei luoghi in cui vivono, sono chiamate a fare la loro parte. La vita cristiana non si esaurisce nella Messa domenicale o nel mandare i bambini al catechismo. Un’altra questione fondamentale è quella del lavoro. Anche nelle zone più remote e in decadenza dell’Astigiano bisogna chiedersi che cosa si può fare, quali talenti e quali risorse possono essere valorizzati. Ci sono immobili, competenze, possibilità che possono diventare fattori di sviluppo economico e aiutare le persone a rimanere sul territorio. C’è poi un altro fenomeno che vediamo anche nell’Astigiano: molte famiglie si trasferiscono dalla città verso piccoli paesi e zone più isolate, cercando tranquillità e qualità della vita. Ma il rischio è che questi luoghi diventino semplicemente dei dormitori. Dobbiamo interrogarci su come accogliere e coinvolgere queste persone. Non soltanto offrire loro la possibilità di avere la tranquillità, ma cercare di far nascere il desiderio di comunità. Fare in modo che andare a vivere in un piccolo paese non significhi isolarsi, ma diventare parte di una comunità”.

 Marianna Natale

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